L’incendio mi asciugava i vestiti e il sangue che si
coagulava li inamidava. Servizio completo.
Andai verso il sipario nero, che le fiamme avrebbero
raggiunto nel giro di cinque minuti e divorato in meno di dieci. Ne scovai un
lembo e mi infilai senza pensarci troppo. Se avessero voluto ammazzarmi subito
avrebbero potuto unirsi alle danze, o almeno portare un cocomero.
Dietro un glorioso altare di marmo bianco mi aspettava
Jack Lupino, sacerdote di depravazione. Lupino era un grosso figlio di puttana
dalla testa rasata e la faccia tatuata: un tribale si arzigogolava dall’occhio
sinistro fino alla guancia, come se un involontario schizzo di fango lo avesse
raggiunto durante una scampagnata fuori città. Jack però non brandiva un
pugnale da cerimonia: aveva optato per un più pragmatico fucile UZI e una
camicia che mi ricordò il vecchio divano di mia nonna che aveva sempre odorato
di rabarbaro e vecchie scoregge. Oltre ad adorarmi, la nonna non aveva mai
avuto gusto per nient’altro.
Per quanto assurda, la situazione sembrava avere una
coerenza, anche se non riuscivo a capire quale. Lupino era strafatto e sembrava
pronto ad affrontare un alligatore mutante. Quindi riprese i suoi discorsi
deliranti, come in un incubo. Il mio.
«Ho assaporato la carne degli angeli caduti.»
«Lo so, è un po’ stopposa, vero?»
«Ho assaggiato il sangue verde del demonio. Scorre
nelle mie vene. Ho visto oltre il mondo della carne, l’intera architettura di
sangue e ossa.»
«Preferisco i documentari della stagione degli
accoppiamenti.» ma non mi sentì nemmeno. Il disco di Lupino non si sarebbe
fermato fino alla fine.
«La Morte sta arrivando! Sarà presto fra noi con
l’inferno al suo seguito! Ecco l’alba dell’eterno inverno. Sono pronto per
diventare suo figlio! È arrivato il suo momento e chiunque si opporrà al suo
cammino dovrà morire!» concluse in una risata che non aveva nulla di
rassicurante. «MORIRAI ADESSO!»
Alla fine della messa Lupino scattò puntandomi contro
il suo UZI. Io feci lo stesso con quello che avevo.
Gridando a mia volta.
Non mi seppi spiegare cosa gridai a fare.
Gridai e basta.
Sparammo entrambi ma eravamo già così vicini da non
colpirci neanche di striscio. Lupino sparò in alto, ai santi del paradiso. Il
mitragliatore, troppo vicino alla mia testa, mi avrebbe rintronato se non fossi
stato così impegnato a mancare Jack a mia volta mettendo a segno due pallottole
nel nulla dietro di lui. Fu perché mi serrò il polso destro in una morsa
leonina deviando la traiettoria della canna e perché, lo ammetto, non lo
credevo capace di muoversi così in fretta. Mi stritolò la mano e mi costrinse a
mollare la pistola ma fui abbastanza lucido da ripagarlo con la stessa moneta
torcendogli la mano dell’UZI portandolo a puntarselo contro. Mi lasciò andare
spostando il nostro scontro sui muscoli. Mi afferrò per la giugulare e mi
sbatté contro l’altare. Le reni mandarono un acuto grido di protesta. Me
l’avrebbero fatta pagare costringendomi a pisciare sangue per due giorni.
Tendevo i muscoli del collo mentre le mani sugli avambracci madidi e nerboruti
di Lupino cercavano di allontanarlo da me. Il flusso d’ossigeno che riusciva a passare
nella carotide, sempre più piccola, si affievoliva. Si sarebbe ridotto alle
dimensioni di uno spillo in mezzo giro di orologio. Ascoltavo il sibilo debole
del respiro nella mia testa. Non ero capace di staccarmelo di dosso. Lupino
aveva gli occhi iniettati di sangue, così preda delle sue allucinazioni da non
battere mai le palpebre.
La mia vista iniziò a confondersi. Un alone scuro
circondava ora i profili delle cose. Le palpebre chiudevano i battenti. Le dita
continuavano a scivolare sulle braccia sudate di Jack. Altri trenta secondi e
sarei svenuto. Chiusi gli occhi ripetendomi di non farmi persuadere dal
sollievo che ne ricavai e dal desiderio di mollare gli ormeggi e rilassarmi
davanti al tramonto. Le braccia erano ormai solo appoggiate a quelle di Lupino,
che concentrava sulla mia gola il suo peso e il suo delirio.
Mi fu impossibile anche sputargli in faccia. Me ne
stavo andando. Era come la corrente di un fiume: pian piano ti invitava a
seguirla, unirti a lei, poi ti accoglieva placida e infine vi allontanavate
insieme, senza pensarci. Anche le gambe cominciarono a perdere forza. L’altare
mi sosteneva mentre i piedi si allungavano a toccare già il legno della bara.
Dovevo resistere, mentre il mio corpo si spegneva, la mia mente era ancora
terribilmente presente, spalancata sull’orrore. Le gambe, dritte e tese come
tronchi, non riuscivano però a dire ai piedi di fare presa. Se avessi potuto
sollevarmi di qualche centimetro e far valere su Lupino la mia altezza,
qualcosa sarebbe potuta cambiare. Ma proprio quei fottuti piedi da sbirro
continuavano a scivolare in avanti. Imprecai ma tutto ciò che uscì furono degli
intellegibili suoni gutturali che, lo so, stimolarono ancora di più il centro
del piacere di Lupino.
La ciliegina sulla torta.
Mentre pensavo all’erezione che Lupino potesse avere
in quel momento, il piede sinistro smise di scivolare in avanti e io smisi di
sprofondare. Mi ero fermato ma non sapevo chi ringraziare.
Trovai le forze per scalciare e il ghigno dell’uomo
che fronteggiavo si affievolì per un momento, non però la morsa fatale attorno
alla mia gola. Ero ormai oltre la soglia del dolore e della disperazione quindi
poteva stringere quanto voleva ma avrebbe solo accelerato il mio trapasso, non
mi avrebbe fatto desistere dal provare a sopravvivere.
Mossi la gamba un’altra volta. Credo lo colpì sotto il
ginocchio.
La sequoia rimase solida. Le dita affondavano nella gola.
Calciai più in alto ma il ginocchio piegato fece resistenza e mi respinse.
Cazzo.
Cristo santo.
Il piede a martello colpì Jack nella parte interna
della coscia, il femore si torse leggermente sull’anca e ne destabilizzò
l’equilibrio.
Rabbioso, Lupino prese a strattonarmi agitando la mia
testa come una maracas. Voleva staccarmela dal collo. Fu quello a permettermi
di riprendere a respirare.
Scalciai ancora e quella volta, a suonare come
maracas, furono i suoi testicoli. La sua bocca descrisse una O panciuta mentre
lo scampanellio ci diceva che un angelo si era appena guadagnato le ali. Entrai
nella sua guardia e piantai i gomiti nell’incavo delle braccia, scrollandomelo
di dosso e sgusciando via di qualche passo.
Cercai la pistola ma mi sarebbe andato bene anche un
cero da cerimonia per fracassargli la testa. Mentre i miei occhi giocavano a
flipper da una parte all’altra del pavimento, un treno merci mi investì. Il
pugno di Lupino mi fece saltare un dente. Schienato sull’altare, mi ritrovai
nella posizione da sesso “convinto per sfinimento”.
Jack si scagliò su di me. Sollevai le gambe in tempo per
stampargli sul grugno la misura delle scarpe. Gli smontai il setto nasale,
anche se, abbozzato com’era, non doveva essere la prima volta per lui. Lupino
scosse energicamente il viso a destra e sinistra, come a scacciare una mosca e tornò
alla carica, con il sangue che usciva a fiotti disegnandogli un paio di baffi.
Lo accolsi migliorando il suo sorriso con una testata. I denti mi aprirono la
fronte ma Lupino indietreggiò.
Mi avventai su di lui con tutto il mio peso. Rotolammo
fino a metà della scalinata oltre cui infuriava l’incendio. Finendo a
cavalcioni su di me Lupino tentò di stordirmi con un pugno e provò a spaccarmi
la testa contro i gradini. Sapevo che non si sarebbe fermato neanche quando dal
mio cranio sfondato la materia cerebrale gli fosse scivolata dalle dita e il
mio teschio sarebbe andato bene come calice cerimoniale. Allungai una mano e
gli ficcai le dita nelle orbite. Affondai le unghie nella carne mentre si
scansava. Colsi quell’attimo per ribaltare le nostre posizioni. Sormontandolo
gli spezzai due costole per lato. Jack non mi diede la soddisfazione di provare
dolore ma non mi offesi. Le ginocchia gli bloccarono le braccia e mi permisero
di usare la sua faccia come un punginball.
Destro. Sinistro. Destro. Sinistro. Ripetere.
Le ossa non cedettero subito, dovetti scorticarmi le
nocche prima di affondare nella carne.
Sinistro. Destro.
Un crack si accese nella mia testa come una lampadina.
La mandibola aveva ceduto, andando a fare compagnia
allo zigomo sfondato e le orbite rincassate. Lunghi fili di bava mi colavano
giù dal mento e gli schizzi di sangue raccolto dai miei pugni mi facevano
assomigliare a un quadro di Pollock vivente.
Non sapevo se Jack respirasse ancora. Lo scoprì quando
mi disarcionò mandandomi a gambe all’aria.
Era dopato come un cavallo.
Sdraiato sugli scalini come in un film di De Palma
guardavo le lingue di fuoco rincorrersi sul soffitto. Le dita della mano
sfiorarono qualcosa. Non capì subito di cosa si trattasse solo perché la fatica
mi aveva infine trovato. Mi allungai con uno sforzo riuscendo a impugnare la
magnum. Lupino si rialzava in quel momento.
Sparai e la figura si piegò su se stessa. Volevo
essere sicuro che rimanesse a terra. La Valchiria era una brutta bestia:
sembrava tramutare gli uomini in zombie indemoniati.
Gli scaricai addosso tutto quello che rimaneva nel
caricatore. Premetti il grilletto una decina di volte ancora dopo che gli otto colpi furono
terminati da un pezzo.