Ragna Rock era il club privato di Lupino. Un bazar
della droga all’interno di un vecchio teatro. Sapevo quello che mi avrebbe
atteso all’interno: squilibrati strafatti capaci di esplodere in atti di
violenza senza senso.
Oltre alla guardia personale di Lupino. I killer più
spietati in circolazione.
Ragna Rock era invitante quanto un’emicrania
perforante, con il suo assalto di luci e musica senza inizio né fine.
Il cuore del locale era un’area ricreativa gotica con
giochetti sadomaso e un sacco di altre degenerazioni simili. Penetrante col suo
subdolo messaggio oscuro come un proiettile nel cuore.
Nel nome del padre, nel nome del figlio, nel nome di
Jack Lupino.
Trovai la strada spianata dal primo passo nel
quartiere a quello nel suo club.
Dato che era la prima volta che mi capitava quella
notte, lo trovai singolare. Avrebbero potuto seccare lo sbirro alla porta,
fargli schizzare via il cervello dalla testa, levarsi il proverbiale cazzo dal
culo senza pensarci troppo. Ma non accadde. Se non fossi stato ottenebrato agli
antidolorifici che avevo tracannato avidamente, avrei sentito probabilmente il
dolore penetrante della delusione cocente.
Il lato del guardaroba, subito a destra dell’ingresso,
era sgombro e privo di pericoli. Lupino era a un passo, lo sentivo. C’era
qualcosa di impalpabile nell’aria, una patina che la rendeva pesante e
irrespirabile. La sentivo addosso come una coperta.
Anche il grande atrio era deserto. Deserto e avvolto
in un’oscurità tenuta lontana solamente dalle fiammelle tremolanti di alcune
candele. Non potevo credere che Lupino si fosse sniffato anche il denaro delle
bollette e avesse dovuto ricadere su uno stile pre-rivoluzione industriale. Sembrava
una di quelle case stregate che si trovano alle fiere di paese. Aspettavo da un
momento all’altro l’inizio della giostra: fantasmi di cartone che spuntavano
dagli angoli, grida registrate, ghiaccio secco a tonnellate e sciroppo di
lamponi a gocciolare dai lampadari. Distinta ma lontana, una noiosa nenia.
Poteva essere il vento.
Proseguì nella battuta di caccia al Lupino e mi
infilai in una stanza sulla sinistra. Per stanare una colonia di topi di fogna
di solito preferivo partire dalla periferia e non lasciarne indietro nemmeno
uno. Quell’uno che mi avrebbe con molta probabilità finito per sparare in mezzo
alla schiena.
Giunsi a un magazzino di alcolici che somigliava più
alla cantina di una vecchia enoteca.
Non c’erano candele ma la luce era soffusa e
inefficace a combattere con autorevolezza l’oscurità imperante. Scansie a
parete e portabottiglie impolverati circondavano un grosso tavolo di legno.
Sopra di esso un libro, la copertina in pelle mordicchiata dal tempo e
dall’umidità.
A giudicare dal luogo era sorprendente che qualcuno
avesse anche solo mai pensato di leggere qualcosa. Il libro era intitolato
“L’età della morte e della tempesta”.
Lo sfogliai.
Parlava dei miti nordici e del Ragnarok, giorno in
cui, secondo le credenze vichinghe, sarebbe giunta la fine del mondo. La terra
si sarebbe ricoperta di ghiaccio e gli uomini avrebbero perso il loro ultimo
barlume di umanità.
Compresi come qualcuno potesse pensare che stesse
davvero arrivando la fine del mondo. E, al tempo stesso, iniziavo a capire
quale fosse il vero significato di un locale del genere.
Ma qualcosa mi diceva che non era sufficiente una
spolverata di inverno per trasfigurare gli uomini in diavoli. La verità, quella
cruda e spietata, era che gli uomini, mostri lo sono stati sempre, fin dal loro
principio. Qualsiasi tempo il Signore avesse deciso di mandare giù.
Le favole della buonanotte vanno bene finché la realtà
non viene a farti visita, senza preavviso.
Il mondo è il vero mostro nascosto sotto il letto e
quando ti afferra per il piedino che hai lasciato incauto a penzolare e ti
trascina giù con sé, non basta più tirarsi le coperte fino al mento e sperare
che passi. Puoi solo illuderti che quel momento arrivi il più tardi possibile.
Ma arriverà, prima o poi, questo è certo.
Potrebbe avere il volto deformato dall’alcol di un
padre che torna a casa ubriaco e incazzato con la cinghia arrotolata nel pugno;
potrebbe indossare la targhetta e la cartellina sottobraccio di un assistente
sociale; potrebbe avere una pistola e sedere nel banco vicino al tuo, aspettare
che tutti si mettano a sedere e l’insegnante inizi la lezione; potrebbe avere
il sorriso suadente di un amico che ti porge mezzo grammo di roba al parco
giochi oppure potrebbero essere tre squilibrati strafatti che penetrano in quel
nido che avevi faticosamente costruito, in cui avevi promesso che sarebbero
state al sicuro per sempre, e fare a brandelli la tua vita come un foglio di
carta.
Abbandonai quella lettura allegra e me ne andai.
Il magazzino di alcolici dava sul retro di una
postazione bar di una della sale-concerto del Ragna Rock, la quale poteva
arrivare a contenere almeno duecento individui sudati e ingrifati che si
strusciavano uno addosso all’altro. In quel momento era vuota.
L’ambiente si sviluppava come una vecchia cattedrale
gotica: un’ampia navata centrale e due più piccole ai lati, delimitate da
altrettante file di colonne. Imponenti, fendevano l’alto soffitto a dieci metri
sopra la mia testa. Delle reti da pollaio erano state fissate tra un arco e
l’altro. Un gigantesco occhio azzurro dipinto sopra l’architrave principale
dominava su tutto. L’impianto luci, re degli effetti stroboscopici delle serate
a base di musica techno e malattie veneree, era sospeso sulla pista mentre un
soppalco di legno correva lungo le tre navate con il suo strascico di fili
elettrici, corde arrotolate come serpenti e jack penzolanti. Murales e lucine
intermittenti completavano il quadro.
In fondo alla navata principale, al limitare del
palco, fiammate di scena incendiavano il buio. Candele e candelabri in ferro,
battuto in arzigogoli sinistri, davano all’insieme un sapore di messa satanica.
E non c’è messa satanica senza una vittima
sacrificale.
Probabilmente mi aveva scambiato per il suo capro
espiatorio l’uomo che spuntò dal buio del soppalco riversandomi contro un
rosario di piombo.
Riparai dietro il bancone mentre bicchieri e bottiglie
andavano in frantumi e l’alcol schizzava dipingendo arcobaleni. Sparai per
fargli compagnia ma il proiettile sghettò una delle colonne portandosi via un
pezzo di spigolo e ne persi la traiettoria. Dal tipo uscì un gemito infelice.
Mentre alzavo la testa per guardare, l’uomo si sporse oltre la balaustra
tenendosi la spalla con una mano. Volò giù con un carpiato magistrale prima che
potessi dirgli di stare attento al gradino. Il tonfo spaccato che il suo corpo
produsse fu quello di un sacco di carne lacerata e rami spezzati
dal vento.
Il rumore non portò nessuno dei suoi compagni ad
affacciarsi per vedere se fosse rimasto qualcosa da mettere dentro una scatola
e, nell’eventualità, spararmi. Fui io ad andarli a cercare, i guai.

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