Scesi fino alla linea numero 2. Laggiù avevo trovato
il poliziotto sotto sequestro, l’unico dei suoi colleghi ad essere ancora vivo
al mio arrivo in quel casino fottuto.
A cosa gli serviva, là sotto?
Avevo già perlustrato il piccolo ufficio e i locali
del personale ma farlo di nuovo non mi avrebbe fatto male. Come una mosca
intrappolata dall’altra parte di una finestra avrei continuato a sbatterci
contro finché qualcuno non fosse stato così gentile da farmi uscire o
schiacciarmi.
A parte il cadavere con il cervello spappolato e il
tanfo di paura che aleggiava come un nebbia tossica nella stanza non trovai
altro. Nel locale spogliatoi, oltre alle docce e ai bagni, si apriva un lungo
corridoio che finiva nel buio.
La beretta sarebbe ormai potuta restare attaccata al
palmo solo grazie al sudore che impregnava il calcio. Quella era la strada che
a forza di cercare avevo trovato. C’era solo da capire se me l’ero andata a
cercare o se la fortuna con me quel giorno era decisa a fare sul serio.
Il corridoio era illuminato solo per il tratto
iniziale poi cominciavano i neon guasti o mancanti. Alcuni che si sforzavano di
rimanere accesi mi facevano l’occhiolino. Sembravano dire “Andiamo Max,
avvicinati. Puoi fidarti di noi”.
Lungo i tratti illuminati avanzai acquattato alla
parete facendomi scudo con le colonne che scandivano il passo con una cadenza
di cinque metri alla volta.
Soltanto quando ne ebbi già percorso la metà fui capace
di distinguerne la fine: un grosso cancello d’acciaio sbarrava la strada.
Oltre, l’oscurità più nera.
Un refolo di aria fredda soffiava da quella direzione,
mischiata al fetore di terra fradicia e muffa. Proseguì fino in fondo per
controllare il cancello: chiusura doppia mandata e una grossa catena con
lucchetto rimarcavano il concetto che la mia presenza dall’altra parte era
gradita come un foruncolo sul culo. Sbirciai dentro al buio pesto con la
probabilità di ritrovarmi la bocca violata dalla canna di una pistola per
un’ultima fellatio alla morte. La luce flebile di un’uscita di sicurezza a
dieci metri dentro quel pozzo oscuro mi permise di vedere che era un altro
binario di manutenzione, dove venivano condotte le locomotive in caso di
guasti.
La linea chiusa per manutenzione, l’agente tenuto in
vita proprio là sotto, la corrente mancante solo a quel settore. E poi quella
catena, nuova di zecca, a chiudere un ingresso a cui avrebbero potuto accedere
solo gli addetti ai lavori.
Ripercorsi il corridoio a ritroso e tornai al binario.
Mi sporsi sull’antro nero della galleria per vedere se avrei potuto farcela da
lì. Qualcuno aveva pensato anche a quello: il tunnel finiva in una paratia di
travi. Un bel binario fantasma. Sperai che chi avesse voluto rinchiudersi là
dentro fosse stato altrettanto furbo da portarsi la TV via cavo. Era un
costruzione tirata su in fretta ma adatta allo scopo: tenere lontani i curiosi
e i tutori dell’ordine.
Era più che plausibile anche che nessuno sapesse che
la linea 2 a Roscoe St. fosse chiusa. Quello che era certo era che non era
rimasto più nessuno in grado di dirottare il traffico sugli altri binari.
C’erano tutti i presupposti per mettere su una
grigliata coi fiocchi.
Quel pensiero mi portò alla memoria il dolce ricordo di
una mattina di Natale di tanti anni prima:
«Finalmente il vecchio ciccione in rosso mi ha portato
un trenino!»
Le porte della locomotiva erano sbloccate. Le forzai
con po’ pressione e loro si aprirono come le gambe di una bella donna. Misi in
moto il bestione e quando abbassai la leva di marcia, le bobine elettriche
ronzarono sopra la mia testa e sotto i palmi appoggiati ai comandi. Mi
aggrappai al quadro e mi puntellai sulle gambe perché il locomotore era
scattato in avanti e aveva preso velocità prima di quanto mi aspettassi.
Puntavamo dritti verso la cortina di legno. Prima dell’impatto mi rannicchiai
sul quadro comandi il più possibile. Ci fermammo di schianto e io caddi. La
barriera aveva ceduto come burro in una nebbia di polvere e calcinacci. I freni
di emergenza erano entrati in azione fermando la giostra.
Estrassi la Desert Eagle e scesi dopo aver dato una
lunga occhiata dentro la nebbia. Il cancello che avevo visto dai locali del
personale era a una decina di metri avanti, l’occhio scuro del lucchetto mi
guardava. Sull’altro lato del binario una scala di cemento conduceva a una
pesante porta blindata deturpata dalla ruggine. Davanti a me, l’antro oscuro
della linea 2.
Dovevo trovare una radio e dirottare il traffico
diretto lì.


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