Senza abbandonare la mia posizione di difesa conclusi
l’apertura della porta. Come il mio respiro si tranquillizzò riportandosi nella
norma, sudore e adrenalina calarono bruscamente. Il primo mi fece bruciare gli
occhi, la seconda, scemando, mi lasciò dolorosi spilli conficcati nella
profondità delle carni. Ingollai un’aspirina e il cervello mi abbindolò con la
storia che stesse facendo effetto già mentre scendeva. Presa in giro o meno,
l’importante era che mi permettesse di alzarmi senza sostenermi al corpo morto
sotto di me. E quella promessa la mantenne, sissignore.
Ne presi una seconda attraversando la lavanderia.
Ormai masticavo analgesici come croccantini. Uno zuccherino per ogni cristiano
ammazzato.
Le suole delle mie scarpe di cuoio iniziarono a
scivolare cinque metri dentro il corridoio buio, così tanto che preferì evitare
di sollevare troppo i piedi. Il pavimento era viscoso e infimo. Mi voltai quasi
alla fine del tratto buio e, controluce, ricostruì la dinamica degli eventi.
Avevo lasciato tre metri di impronte da finendo in una pozza che i bagliori
della lavanderia ora facevano brillare. Grassa e densa, aveva una lunga coda di
macchioline, alcune grandi e regolari, altre piccole e frastagliate. Proseguivano
oltre il punto in cui mi ero fermato. Non avevo bisogno di immergerci le dita
per sapere di cosa si trattasse.
A giudicare dalla quantità di sangue là a terra dovevo
aver colpito una zona ricca di capillari, il che aveva portato la vittima a
sgocciolare come un porco al macello. Tuttavia non era stato sufficiente a
farla stramazzare. Probabilmente aveva tamponato la ferita alla buona e se
l’era data a gambe. Peccato che andassimo entrambi dalla stessa parte.
Il corridoio, stretto e lungo, terminava ai piedi di
una scala che, dopo una vertiginosa svolta a destra, proseguiva ripida fino a
un pianerottolo buio. Lo raggiunsi evitando il sangue. Il sentiero di
goccioline finiva, bruscamente, dietro l’uscio chiuso di un appartamento. La
location: pareti scarnificate, pannelli di controsoffitto mancanti o spezzati, come
pavimento una gettata di cemento alla buona. La mia preda doveva essersi
appoggiata alla porta: una lunga striscia correva dalla maniglia a mezzo
ginocchio sotto. Non aveva avuto la sagacia di chiudersela alle spalle e io
entrai.
Dell’acqua scorreva in un lavandino. Il sangue
proseguiva fino a una seconda porta, semiaperta. Coprì in tre falcate lo spazio
tra me e il bagno. L’uomo che mi trovai di fronte era semicosciente, appoggiato
con tutto le sue forze al bordo della vasca. L’acqua calda che sgorgava dal
rubinetto aveva appannato gli specchi e la finestra. Una copiosa macchia rossa
si allargava dallo stomaco dell’uomo fino ai miei piedi. A nulla erano valsi gli
sforzi per tamponare la ferita: asciugamani zuppi di acqua e sangue giacevano
appallottolati tra le membra dell’uomo come il peplo lascivo di una vestale. Gli
era mancata la forza per legarseli stretti alla vita e rallentare l’emorragia.
Le palpebre calavano su una vista offuscata dalla debolezza di un corpo che
scivolava lentamente nell’oblio. Forza che in parte scovò, quando mi vide, per
sollevare la pistola. Feci fuoco senza battute di spirito.
“La città di New York vive una nuova notte di terrore,
con una guerra fra gang rivali che scuote il Bronx. Sembra che Max Payne,
ricercato dalla polizia per l’omicidio di un agente della DEA, abbia ingaggiato
una controffensiva solitaria contro quelli che prima erano i suoi compagni di
lavoro. Fra le altre vittime spiccano i fratelli Joey e Virgilio Finito,
affiliati alla famiglia dei Puncinello, e Rico Muerte, un latitante sospettato
di avariati omicidi nella regione di Chicago. La polizia di New York è in stato
di allarme. È stato emesso un ordine di cattura per Max Payne, ritenuto dal
vice procuratore Jim Bravura un vero pericolo pubblico. Riuscirà ad assicurarlo
alla giustizia? Lo scopriremo nelle prossime edizioni. New York, CNN News. Kyra
Silver.”
Non c’era più niente da vedere, o da sentire, là
dentro. Anche l’eco del colpo di grazia al povero bastardo se n’era
sgattaiolata via. Ormai io e la morte ci tenevamo a braccetto, come vecchi
amanti. Spensi il televisore in sottofondo e il fruscio del tubo catodico restò
soltanto un’altra manciata di secondi. Dopodiché fui di nuovo solo. Nel
silenzio.


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