Salì fino al 21esimo piano, al lounge bar.
Mentre mi perdevo nel rumore vorticoso dei cavi
d’acciaio che sfregavano contro le carrucole immaginai il vuoto crescere sotto
i miei piedi. La musichetta in sottofondo, un pezzo di John Coltrane di una
marea di anni prima non sortiva sui miei nervi l'effetto calmante voluto desiderato. L’incerto gracchiare e l’affievolirsi della melodia per via di un
impianto ormai logoro mi invitò in qualche modo a sostituire la beretta con la
Magnum. Così la Desert Eagle passò alla mano sinistra. Dopo che l’ascensore si
assestò al piano, le porte si aprirono con un cigolio. Il corridoio che mi
accolse si biforcava dopo una trentina di metri. Da una parte le terrazze
panoramiche, dall’altra l’insegna rossa al neon che mi indicava il bar. Seguì
il consiglio e mi trovai ai piedi di una piccola scalinata di legno e velluto.
Sulla sommità sbirciai dalla porta semiaperta. Diversi uomini erano intenti a
consumare alcolici e rapporti intimi con donne che si trovavano lì unicamente
per motivi professionali. Dietro a un bancone di legno unto riconobbi Rico
Muerte, l’uomo della camera 313. Corpulento e pomposo come lo avevo visto nelle
foto segnaletiche della polizia. Era insieme a una donna, che lo ascoltava
adorante raccontare un aneddoto né divertente né epico:
«Due assassini spietati, pronti a uccidersi a vicenda.
Entrano in una stanza e, credo, si preparano allo scontro. E invece no! Si
siedono davanti alla tv e risolvono la loro divergenza con un videogioco di
Kung Fu! Vuoi saperlo, Candy…ero così deluso che li ho strangolati entrambi con
il cavo del joypad.»
«Oh Rico! Tu sì che sei un duro!»
«Lo so, lo so.»
E poi Rico le prende la testa e se la avvicina agli
attributi.
«Rico Muerte, il solito puttaniere!» dissi, entrando.
«E tu cosa vuoi?»
«È il poliziotto!» grida Candy la lurida.
Muerte cercò la pistola.
Tutti gli uomini presenti, me compreso, iniziarono a
sparare mentre le puttane decidevano se correre al riparo o in mezzo al tiro
incrociato perché stordite dalla piega repentina degli eventi. Il trucco
sbavato dalle lacrime di paura ne rigava le guance, pallide di spavento.
Bottiglie di liquore e boccali andavano in pezzi.
La Magnum e la Desert Eagle messe assieme mi
permettevano di mirare con meno attenzione: distruggevano qualsiasi cosa
incontrassero lasciando crateri del diametro di un palmo. Tuttavia, la
pesantezza e la potenza limitavano frequenza e velocità. Se in campo aperto e
in minoranza è un aspetto che non si può ignorare, in un ambiente risicato come
quello non c’era da sorridere. Sparai allo schienale di un divanetto imbottito
e ammazzai l’uomo che vi si stava riparando. Il proiettile della magnum aveva
incontrato il rivestimento di pelle, molle, gommapiuma e legno ma gli aveva
comunque portato via un polmone. Dovevo essere parsimonioso perché ricaricarla
mi avrebbe richiesto una marea di tempo. Sul lato sinistro del bar la Desert
Eagle apriva squarci nel mobilio e nelle pareti. Una pallottola mi passò a meno
di un centimetro dall’arteria femorale e un’altra quasi mi staccò la mano. Nel
correre di un momento, Charlie Mahoney, detto “Iguana”, abbandonava il corpo su
uno sgabello e iniziava a rincorrersi l’anima negli infiniti e verdissimi
pascoli del signore. Mentre facevo secco anche Mathias Van Der Mark,
l’Olandese, marchiandogli a fuoco il cuore con una pallottola qualcosa
di più grosso e pesante di un proiettile mi colpì alla tempia destra. Mi voltai
come potei e scorsi Candy, portatrice di svariate malattie veneree, afferrare
il collo di un’altra bottiglia di champagne per scagliarmela addosso. Mentre mi
distraevo con Candy, colsi un movimento con la coda dell’occhio. Era di poco
oltre la linea della mia spalla. Compì mezza torsione del busto e più in fretta
possibile puntai il revolver. Un uomo, che prima credevo di aver visto in mezzo
al pubblico assistere allo spettacolo di fellatio al talentuoso Rico Muerte, si
era venuto a mettere tra me e la porta. In qualche modo era riuscito a girarmi
attorno. Purtroppo per lui, però, non a prendermi di sorpresa: lo rispedì da
dove era venuto. L’uomo finì oltre l’uscio, a morire sui gradini con
un’espressione di meraviglia dipinta in viso.
È l’effetto che faccio, amici e non.
Tornai a voltarmi verso il bancone sentendo il fischio
dell’aria che si intrufolava nel collo della bottiglia che vorticava verso di
me. Candy era un’ottima tiratrice, non c’era che dire. Ma forse la sua era
soltanto una presa allenata alla cose affusolate e rigide. Scansai il lancio,
rinfoderai momentaneamente la Desert Eagle tra la fibbia e i pantaloni e
afferrai al volo lo champagne, girai su me stesso e la rispedì al mittente.
Candy cercò di intercettare la bottiglia allargando le braccia davanti al
generoso petto ma fu colpita allo sterno, che si lamentò legnoso. La donna
sparì dietro il bancone, prossima allo svenimento. Con Candy calò anche un
brusco silenzio. Lo interrogai frugando il bar con lo sguardo. Le puttane se
l’erano cavata con caviglie storte e calze smagliate. Gli uomini si erano messi
in fila per vedere San Pietro e i suoi cancelli dorati.
Setacciai il bar alla ricerca di Rico. Un uomo come
lui non poteva aver mandato avanti la sua squillo. Ed era talmente grasso che
non poteva nascondersi così facilmente.
«Rico bello, dove sei?» gridai. «La mamma mi ha dato
un paniere pieno di focacce per te. Dice che sei molto malato. Fatti vedere,
su! Ho attraversato un orribile bosco per venire a trovarti. E c’era un
terribile lupo che non la smetteva con le domande!»
Una porta dietro il bancone portava ad un secondo
ambiente, il deposito liquori, poteva essere, o il magazzino per lo scarico
merci. In ogni caso era socchiusa. Quel figlio di puttana se l’era svignata
veramente. Gli andai dietro, assicurandomi che nessun altro volesse seguirmi.
«Volete che vi porti qualche cioccolatino, quando
torno? Nessuno? Ultima offerta. Una scatola di cerotti?»
Salì sul bancone e squadrai Candy, che giaceva a terra
stordita in mezzo a ombrellini da cocktail e olive sottaceto. Quando la mia
ombra offuscò la luce abbarbagliata che il giorno dopo le avrebbe procurato nausee
e conati di vomito domandai:
«Come ti senti, zuccherino?»
«Vai a farti fottere, merda!» biascicò.
«Se dico che mi mandi tu, le tue colleghe me lo fanno
lo sconto?»
La meretrice ringhiò ma quella sua
articolata opinione fu interrotta da una specie di rigurgito che la costrinse a
portarsi la mano alla bocca. Non volevo approfondire cosa le stesse tornando a
galla così spinsi la porta sul retro e la lasciai sola.


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