Feci a braccio di ferro con il vento che spingeva
sulla porta, scocciato che non sarei rimasto lì a giocare con lui. Il muro di
tanfo su cui rovinai fece partire una serie di allarmi blippanti e
scampanellii. Il posto era un calderone deprimente di scorie umane, poltiglie
mal digerite, sudore vecchio, vomito e disillusione.
Conoscevo la materia.
Portatori di quel benedetto fetore, una massa informe
di derelitti, per lo più accolti dal benevolo pavimento e dai caritatevoli
muri. I più mi guardarono come si guarda Lucifero venuto a mietere anime.
Atterriti e meravigliati nello stesso, medesimo e assurdo attimo. Qualcuno
smise persino di lamentarsi.
«Buoni, figli miei! Pane e pesce vi aspettano al
McDonald’s all’angolo, il mercoledì a 1 dollaro. Per il vino ci sto lavorando,
ma non faccio miracoli. Il giovedì c’è l’offerta sul McFlurry, se intanto può
andare.»
Drogati, plagiati e assuefatti a quel veleno chiamato
Valchiria. E io mi trovavo al centro di quel girone infernale cercando un
sentiero per risalire a colpi di piombo e battute al vetriolo.
«È come se lo spazio mi stesse inglobando!» tra lo
stupore per la mia comparsa e i miasmi di quelli che non riuscivano a tenere
nulla nei loro stomaci, un grido delirante e sconclusionato fomentò quello
stato irreale di sospensione della logica in cui vivevano quegli esseri,
causando grida di vivido terrore e atti di autolesionismo volontario.
«È la fine del mondo come lo conosciamo!» rincarò un
secondo. Non si trattava di una replica a un dialogo ma della battuta di un
monologo solitario.
«Non lo diresti con quel tono se sapessi da dove vengo
io, amico.» risposi.
Dietro al banco della lavanderia c’era una porta
d’acciaio con una fessura quadrata ad altezza occhi, come una bisca qualsiasi.
Camminai in mezzo a quel groviglio di corpi tenendo il calcio della pistola
pronto a calare sulla prima nuca che avesse accennato ad affondare i propri
denti nelle mie caviglie. Di tanto in tanto, i tossici di Valchiria tendevano a
dare qualche assaggio alla carne umana. Credo che sia una specie di regressione
alla fase orale più che vero cannibalismo. Sorrisi pensando che tutto avrebbe
assunto un aspetto meno macabro se la fase in questione fosse stata quella
anale.
Vidi tremolare di luce il profilo di una seconda
porta, sulla mia destra. Se si trattava di fiamme vive, avevo trovato qualcuno
che aveva almeno iniziato uno stadio evolutivo che comportava l’accensione del
fuoco, e quindi un grado di civilizzazione superiore rispetto a quello della
melma primordiale che mi circondava. Quello o un principio di incendio.
Scardinai la porta con un calcio e mi trovai a sbattere l’erezione della mia
pistola contro il grugno di un uomo privo della quasi totalità di denti e
capelli che, per la sorpresa, lasciò i suoi sfinteri dando vita al suono di uno
scroscio d’acqua dentro una grondaia.
«Non sparare, io…»
Altro giro, altro drogato. Alle sue spalle, un secondo
tizio si scaldava le mani davanti a un barile in cui bruciavano cartoni di
supermercato e stoffa imbevuta di nafta agricola.
«La lavanderia, cosa c’è al di là dell’ufficio?»
chiesi senza dilungarmi in convenevoli.
«I vestiti, amico?»
«Cerca di renderti utile nei prossimi cinque minuti.»
bluffai tirando indietro il cane della pistola.
«Cosa? No, no. Certo che so cosa c’è!»
«Bene, vorrei che fossi tu ad accompagnarmi al ballo,
questa sera.»
«Tutto quello che vuoi, te lo prendo anche in bocca se
non mi spari!»
«Lo faccio se non la chiudi, la bocca!»
«Okay, okay!»
Afferrai il rifiuto umano per il bavero di quello che
un tempo era stato un bel giubbotto e, memorizzando quali dita mi sarei dovuto
lavare più tardi, lo strattonai fino alla porta con la feritoia. In un paio di
occasioni inciampai nei piedi e nelle schiene dei compagni di merende che erano
accasciati a terra.
«Ora fai la tua magia, coniglietto.» dissi al mio cavaliere.
Bussò. «Sono io, aprite!» la prima sillaba della prima
parola la balbettò con la mandibola che scodava da una parte all’altra sotto il
labbro sudato e i denti radi e storti. «Fatemi entrare, svelti!» il finale gli
uscì più convinto, ma non con l’autoritarietà che pensava. Un cane fradicio che
mugola per un moncherino d’osso avrebbe avuto più appeal.
«Vacci piano!» replicò la voce dietro la porta.
«Parola d’ordine?»
«Eddai!»
«John chi?»
«John Who.»
Con mia meraviglia, quello scambio idiota servì a
permettere l’accesso ai tesori della caverna delle meraviglie. I chiavistelli
si sbloccarono e la serratura girò libera. Una filastrocca da terza elementare
era forse necessaria per il target medio di clienti. Quello che non avevo
previsto, però, era che il mio uomo saltasse dentro spalancando la porta.
«È una trappola!»
Mi aveva tratto in inganno la serie continua di tic e
di spasmi muscolari di cui il tipo costituiva un vero e proprio campionario
medico. Non sapevo se i danni neurologici facessero parte del suo bagaglio
prima dell’incontro con la droga o una diretta conseguenza ma non era il
momento per un’anamnesi approfondita. Gli dovetti sparare alla schiena per
togliermelo dalla linea di tiro.
Non interruppi la sequenza di sparo: dalla schiena del
Mastro Di Chiavi passai al Guardia Di Porta, la cui testa mancai rifacendo il
profilo alla feritoia. Il cadavere del drogato bloccò la porta dandomi il tempo
di avventarmici contro, insinuare il braccio armato e liberarla dall’ostruzione
che mi impediva di passare.
«Potreste cambiarmi 10 dollari? Ho usato tutti gli
spicci per chiamare le vostre madri!»
Ritrassi il braccio per far riposare le pistole. La
rullata del piombo mafioso contro l’acciaio della porta mi fece rimpiangere di
avere un udito così buono.
Scostando l’orecchio per evitare di uscirne troppo
imbecille, l’occhio riuscì a farsi una mappa di metà dell’ambiente dall’altra
parte. La stanza era profonda circa venti metri e una fila di lavatrici
industriali prendevano polvere lungo il muro.
«Ho capito! Errore mio: non si parla delle mamme degli
altri, d’accordo! Chiaritemi un punto, allora: come state a sorelle?»
Mentre lo dicevo sparai dentro due colpi alla rinfusa.
Un proiettile si perse nel cassone frontale di una lavatrice a metà della fila,
il secondo fece invece esplodere uno degli oblò. Quello diede il via a una
seconda scarica, più violenta. Erano solo in due a sparare. Forse gli altri
stavano arrivando ma i miei nuovi amici erano usciti di casa con i calzini
pesanti: due mitragliatori UZI corredati da un fucile a canne mozze. Lento ma
devastante, un tritacarne.
Aspettai che terminassero il loro bellicoso amplesso
per scostare cautamente la porta blindata e falciare chi sarebbe entrato nel
mio campo visivo. In fondo della lavanderia si apriva un corridoio inghiottito
dal buio. Mentre davo la caccia a Cannemozze e Uzi, avrei dovuto stare attento
a cosa sarebbe sbucato da là dentro.
Se i due amici non erano già andati a ficcarsi in
quel pertugio allora continuavano a sparare e rinculare allegramente. Mentre mi
eccitavo alla vista di una seconda, fiammante, distesa di lavatrici marce, con
la coda dell’occhio agguantai un bagliore. Il cane indietreggiò e per due volte
colpì il percussore. Mentre un’imprecazione mi arrivava distante, un’ombra
riempì il mio orizzonte. Il primo colpo di fucile si aprì in un cerchio letale.
Non era un’arma a lunga gittata ma due acini di quel grappolo di piombo
raggiunsero lo stesso la mia posizione. Uno si conficcò nel pavimento a dieci
centimetri dalla mia arteria femorale, l’altro lo deviò lo spigolo della porta,
altrimenti mi avrebbe centrato un occhio e spappolato il cervello. L’uomo non
aveva aspettato di vedere centrato il bersaglio e aveva continuato ad avanzare
prima di far cantare la seconda canna. Non avrei più potuto saltare a destra e
sinistra come un coniglietto che sfugge alla purga. Mi concentrai su quel volto
sfigurato dalla collera, sui lineamenti deformati come in un brutto dipinto,
sugli occhi sbarrati a sporgere dalle orbite, sulle narici allargate dallo
spasmo di una respirazione concitata, sulle bave di saliva che congiungevano i
denti delle due arcate, sulle vene del collo ingrassate di sangue che mettevano
alla prova la resistenza del primo bottone della camicia. Una faccia come
quella avrebbe spaventato la mia piccola Rose e l’avrebbe perseguitata nei
sogni. Forse fu la consapevolezza che lei vivesse ancora attraverso me che mi
impedì di accettare che, guardandolo attraverso i miei occhi, avesse potuto
spaventarsi. All’indifferenza di morire montò l’istinto di protezione e quasi
non mi accorsi di sparargli in faccia. La volevo spegnere come si spegne una
lampadina. Cancellarla dalla storia. Tre proiettili e il mio angelo avrebbe
dormito senza brutti sogni. L’orco stramazzò facendo vibrare il pavimento, con
mezza testa spalmata su pareti e lavatrici in fase di risciacquo.


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