Avevo appena vinto un viaggio nel paese delle
meraviglie: una terra dei balocchi fatta di camere da letto sudice in cui la vita
la consumi a ore. Come in una maratona arrabattata alla rinfusa, circa ogni dieci camere c’erano
un distributore di bibite e un ripostiglio di scope, stracci e ciarpame vario,
comprese alcune grosse bombole. La tristezza del posto era tale che certi
ospiti non si prendevano nemmeno la briga di ricavarsi un boccone di privacy
chiudendosi la porta alle spalle.
Quell’ hotel era una comune di tossici e puttane. Una
stanza su due era addobbata con insegne al neon sfrigolanti dove gli insetti
andavano a sbatterci il muso e a farsi una lampada abbronzante; poster di donne
nude appesi alle pareti e arricciati da quelle che speravo fossero perdite
d’acqua del vecchio impianto arrugginito; moncherini di candele profumate che
accendevano l’atmosfera romantica tra giovani ragazzine europee e vecchi bavosi
soli e pieni di rancore. Al centro delle stanze torreggiavano letti a forma di
cuore o letti vibranti che se li lasci accesi per un po’ ti portano anche fino
al bagno per una pisciatina liberatoria. La moquette era mangiucchiata dalle
tarme e butterata da centinaia di ustioni da sigaretta. La principale causa di
incendio in motel di quella risma erano gli impeti da sveltina e secondi tempi
con la squinzia di turno. Per finire, ogni televisore, ritrovati a tubo
catodico antidiluviani, era sintonizzato sulle previsioni del meteo che
inframezzavano notiziari straordinari, televendite di materassi e telenovela
argentine piene di Carlos, Maria, Dolores, pesos rubati, miniere e peones
piegati al volere del Don di turno.
Quando captai il jingle del notiziario speciale che
interrompeva il normale corso delle trasmissioni mi fermai e sbirciai attraverso
l’uscio aperto di una di quelle dimore di lusso. Peccato, stavo quasi per
scoprire chi aveva sottratto il contratto della miniera di Santa Fe dalle
gelide mani del malvagio Antonio Morales. Il dubbio mi avrebbe perseguitato per
giorni.
«Stanotte, la guerra alla terribile droga Valchiria ha
purtroppo fatto registrare una nuova vittima illustre: l’agente speciale della
DEA Alex Balder, trovato ucciso nella stazione di Roscoe Street. Un sospetto è
stato visto allontanarsi poco dopo che i colpi letali sono stati esplosi. La
polizia ha motivo di ritenere che si trattasse di Max Payne, un criminale
armato ed estremamente pericoloso. E adesso le previsioni atmosferiche, con la
terribile tempesta di neve che continua a imperversare sulla città.»
Les jeaux sont faites.
Splendido, Bravura aveva dato fondo a tutto il suo
acume e ne aveva tratto la conclusione sbagliata. Non aspiravo a vincere il
premio di poliziotto infiltrato dell’anno ma non era così che speravo di
passare il fine settimana. Il notiziario mi aveva inquadrato come criminale
perché così diceva la dichiarazione che il dipartimento aveva rilasciato ai
cronisti di nera. Se Lupino e Puncinello mi stavano dando la caccia perché
sapevano chi fossi in realtà, mamma polizia mi aveva disconosciuto per un
eccessivo moto di vergogna. Senza rancore, comunque: non ero mai stato una di
quelle ragazze che pretendono l’esclusiva. E che si offende quando si vede
declassare da “desiderio sessuale incontenibile” a “crudele indifferenza post-coito”.
Ero grato a mamma NYPD anche se mi stava ripudiando.
Lei mi aveva dato le capacità e gli strumenti che avrei impiegato per portare
pace nel quartiere. Un quartiere di nome Michelle che aveva in sé un bellissimo giardino,
Rose, in cui i bambini possono andare a giocare felici e senza temere di non
essere amati.
Mi allontanai dalla porta, la 321, sapendo in che
direzione andare.
Mi accovacciai dietro un distributore automatico di
fronte alla 317. Il mio traguardo si trovava solo a una dozzina di metri. Con l’orecchio
appoggiato alla carcassa d’alluminio, il ronzio fastidioso della mia emicrania
crescente veniva cullato dal borbottio costante del refrigeratore all’interno
del distributore.
Allungai la mano fino allo sportellino del resto.
Regola numero uno dell’eroe senza macchia e senza
paura: mai uscire di casa senza spiccioli. La giornata potrebbe essere più
lunga di quanto si possa immaginare. Comunque niente, gli altri ospiti
dell’hotel erano già passati a far man bassa dei valori dimenticati da altri
prima di loro. Considerai di alzarmi e prendere a calci il distributore finché
non fossi riuscito a fare cadere qualcosa di commestibile ma non la ritenni una
mossa astuta. Non volevo arrivare da Rico Muerte spompato ma non volevo
arrivarci neanche troppo morto.
Basta chiacchiere Mr. Payne.
Mi sporsi oltre il mio riparo e scrutai il
pianerottolo di fronte alla 313. Non c’erano né santi né farabutti, né ragazze
di molti né padri di tutti. Emersi dal nascondiglio con la sola Glock pronta
all’offesa. No, la 313 se ne stava là senza sorveglianza, chiusa al mondo
esterno e gelosa dei suoi segreti. Mi avvicinai e accostai l’orecchio allo
stipite ma nulla da fare: o vi si riposava una bella addormentata o l’inquilino
se n’era andato a fare una sudata nel bagno turco. Non volevo neanche illudermi
sognando un plotone d’esecuzione tutto per me in attesa che mettessi il naso
dentro.
«Cameriera ai piani! Qualcuno ha bagnato il letto?»
bussai con la mano della Desert Eagle.
Nessuna risposta. Neanche una sventagliata
d’accoglienza.
Peccato perché mi ero anche spostato di lato per farmi
mancare. Liberai una mano e serrai le dita attorno alla maniglia. Considerai che,
vista l’importanza del suo ospite, la porta potesse essere stata minata per
scoraggiare eventuali ospiti non graditi ma quasi subito scacciai il pensiero.
Non cercavo di fare il duro ma gli indizi avevano portato a quella camera, e se
non avessi attraversato quel confine il mio viaggio sarebbe finito là davanti,
bomba o meno.
Un rivolo di sudore scese lungo la fronte mentre l’orecchio
teso allo scatto della serratura cercava di captare altri rumori inconsueti,
presagio di brutte sorprese. Il meccanismo ruotò completamente, il mondo non
brillò a giorno e la porta rientrò nella stanza disegnando un’ombra sulla
moquette viscida. La spinsi ad aprirsi di slancio. Così come nessuno aveva
risposto al mio bussare anche quella mossa non destò interesse. I cazzi amari
che vendevo sembravano non interessare a nessuno. Mi tuffai dentro producendomi
in una capriola degna del Cirque du Soleil. Scandagliai la 313 con l’aiuto di
due pistole, nell’attesa del lampo di uno sparo o della luce che si rifletteva
sull’acciaio di una semiautomatica puntata contro di me.
Trovai lo stesso scenario di tante altre camere prima
di quella: odore di umanità, strisce di cocaina sul tavolino di fronte alla TV,
il notiziario della sera e un posacenere gravido di mozziconi. Andai dritto
verso il cesso e lo trovai vuoto, come la modesta cabina-armadio nel corridoio
alla mia destra. Rico Muerte non c’era, ed io ero ancora tutto intero.
Mi prodigai allora in quello che avevo sempre ritenuto
uno dei miei talenti: rovistare nei cassonetti della società per trovare la
merda. Tirai lo sciacquone, come qualcuno si era dimenticato di fare al momento
giusto e tornai al soggiorno. Setacciai i vani della cassettiera accanto al
letto e dell’unico comodino con sopra un’abat-jour ingiallita dal fumo e dagli
strati di polvere. Trovai una bibbia in pelle rossa su cui qualcuno si era
divertito ad incidere con una tronchese per unghie la scritta “BURN IN HELL,
JESUS, BURN!” e un profilattico superstite del glorioso 1982, anno in cui spopolava
la moda delle malattie trasmesse dallo scambio di fluidi corporali; un cartello
“non disturbare” da appendere alla porta e alcuni trucioli di tabacco che ora
se ne andavano da una parte a causa del mio respiro e dell’aria condizionata. Quest’ultima,
più che un soffio appena accennato incapace di disturbare i sogni stanchi dei
viaggiatori, era un rantolo affaticato e rauco. Rivoltai i cuscini e sollevai
il materasso. Non trovai nemmeno uno scheletro di squillo morta e nell’armadio
non c’erano camerieri in putrefazione, tanto meno cadaveri di mariti gelosi.
Che fortuna, forse era la 315 a contenere tutte quelle
sorprese, o la 319. Dietro al televisore e nella vaschetta sopra il water
cercai le armi. Nada. Sulla minuscola scrivania torreggiava una tazza di caffè
incrostata impegnata a tenere fermo un unico foglio, segnato da una calligrafia
fitta e obliqua.
Io e Alex non eravamo ancora riusciti a collegare
Angelo Puncinello, capo dell’omonima famiglia, alla droga Valchiria. E non che
non c’avessimo provato. Sapevamo che era lui il grande burattinaio ma non
potevamo dimostrarlo di fronte ad una corte di giustizia. Quindi: “Bravi Max
Payne e Alex Balder ma sarete più fortunati la prossima volta. Ritentate.
Ricchi premi e cotillons per tutti!”
Tutte le tracce ci avevano sempre portato a Jack
Lupino.
Fino a quel momento.


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