Il vecchio ascensore di servizio risuonò nel cuore
dell’hotel di Jack Lupino.
Ero sceso fino alle budella di quel posto come un
boccone di enchilada: pronto a scatenare fuoco e fiamme. Qualcuno si sarebbe
pentito di avermi masticato. Quando le porte si aprirono mi trovai nel locale
lavanderia. L’odore pungente della varichina mi fece lacrimare gli occhi. Il
vapore delle macchine mi si attaccò addosso rendendo tutto più scivoloso.
Sudavo in posti che nessuno mi toccava da tempo. Mi trovai in mezzo a grossi
carelli di biancheria pulita e lenzuola sporche. Sacchi di asciugamani luridi e
appesi su ganci venivano trasportati a dieci metri d’altezza fino a grosse
cisterne di acqua bollente. Le grandi centrifughe in funzione tiravano così
forte che la vibrazione si trasmetteva a tutto l’edificio per almeno tre piani.
In mezzo al borbottio captai un vociare e mi ci
diressi prima di essere visto. Tre uomini seduti a un tavolo in un angolo del
magazzino giocavano a poker. A un paio di metri un divano sfondato e un
quattordici pollici con una pessima ricezione, sintonizzato su un notiziario a
ciclo continuo. Era coerente che dentro a quel rumore persistente si fossero
persi i festeggiamenti che si erano consumati di sopra. Avevo
deciso per la linea morbida, ovvero passeggiare in mezzo a loro come un
pellegrino che ha smarrito la strada. Quando restavano una decina di passi a
separarmi da loro, una ricetrasmittente tra le fiches gracchiò per alcuni
secondi. Non ci fu comunicazione ma impiegai un’infinità di tempo per mettere
assieme le cose. C’era qualcosa che non era al suo posto e, per quanto
guardassi, ancora non riuscivo a individuarla.
In quella che mi sembrò un’assurda discesa agli inferi
continuai a camminare mentre esaminavo e scartavo possibilità. La soluzione mi
raggiunse come un lampo a poco meno di tre metri dal tavolo da gioco. L’uomo di
spalle si girò di scatto. I due compari, che invece avrebbero dovuto scorgermi
per primi, continuarono a fissare le loro carte. Se ne rimanevano seduti mentre
un perfetto sconosciuto, e un potenziale pericolo, si avvicinava senza che
nessuno li avesse avvisati. Nell’istante in cui i miei occhi incontrarono
quelli dell’uomo che si trovò a fronteggiarmi la mia testa stronza aveva
collegato i fili, riuscendo a far ripartire il motore. Era impossibile che le
radio non avessero trasmesso nulla di tutto il casino con i Finito e gli altri
uomini di Lupino. E anche se fossi stato così bravo da impedirgli di usarle
probabilmente la mancanza di comunicazioni costanti tra le squadre distribuite
nell’hotel aveva messo i giocatori in allarme.
L’uomo aveva una grossa magnum nera. Le gambe minacciarono
di lasciarmi in ginocchio. La stupidità può avere di questi effetti
collaterali, oltre alla morte da povero stronzo. Avrei potuto lasciarmi andare
e offrirgli pure un colpo di grazia da manuale ma mentre le forze agli arti
inferiori venivano meno trovai i talloni ben piantati a terra.
Una scarica di adrenalina mi attraversò folgorando
ogni briciolo di stanchezza, sconforto o resa che potevano intorpidire le convinzioni
della mia resilienza in questa vita.
La parabola della caduta trovò in quell’opposizione un
perno per mutare il suo corso. Così il mio errore da principiante divenne una
spinta all’indietro. Sarei scivolato al massimo per un paio di metri e non
avrei avuto di che ripararmi. Questo voleva dire dover rendere inermi i tre
uomini prima che loro potessero ridurmi un colabrodo.
Era troppo tardi per sparare al primo uomo. Per la
seconda volta, il bagliore nella camera di scoppio della magnum si fermò nei
miei occhi per un tempo infinito. Lo vidi nascere, crescere ma non morire. Si
aprì con l’eleganza con cui si schiude un fiore. Sapevo che inevitabilmente a
quella scintilla sarebbe seguita una corsa nella canna rigata ma per quelli che
a me parvero diversi minuti non vidi altro che un occhio nero e vuoto. Anche la
mia caduta era un dolce abbandono su un letto di nuvole. A quella velocità non
mi sarei fatto male nemmeno se fossi atterrato su un’affilata spada da samurai.
Per contro, sia i miei pensieri che le mie azioni sembravano non essere preda
di quel sortilegio.
Sollevai le pistole e mirai, con buona precisione, a
due bersagli diversi e lontani: i due uomini ancora seduti che solo in quel
frangente agguantavano lentamente le loro armi. Quando ebbi finito di impostare
le traiettorie fatali, la pallottola del mio ospite fece infine capolino
dall’estremità del revolver. Riuscì quasi a scorgere la sua traccia nell’aria,
mista al fumo della combustione. Mi avrebbe raggiunto in pieno petto spaccandomi
il cuore in due.
Probabilmente non avrei sentito dolore. Alla velocità
in cui si stavano svolgendo gli eventi avrei già avuto mia moglie e mia figlia
tra le braccia quando il cervello avrebbe ritrasmesso l’agonia che avrei dovuto
provare. Sarei stato felice di uscire di scena sorridendo ma la spinta che
avevo impresso alle gambe e che mi proiettava indietro mi avrebbe fatto perdere
quel biglietto di sola andata. La pallottola mi avrebbe soltanto sfiorato, accarezzando
l’aria al di sopra del mio naso.
Fortunato bastardo, Max Payne!
Tutto precipitò di nuovo, ed io con lui. La mia schiena
toccò terra con violenza costringendomi a sospendere il respiro fino a momenti
migliori. La mia giacca di pelle era perfetta per scivolare sul pavimento
liscio e incerato della lavanderia. Lo sparo mi passò a pochi centimetri dalla
faccia con un ruggito rabbioso.
Vidi tre serie di occhi strabuzzati: quelli dell’uomo
di fronte a me, che già assaporava il dolce sapore della vittoria, e che non
capì come avessi fatto a muovermi così velocemente; quelli degli altri due che
si sentirono morire prima di aver estratto le loro armi ed essersi potuti
difendere. Anche se in quel caso però, più che parlare di difesa, sarebbe stato
meglio dire “fottere il coglione così stupido da scavalcare il recinto dei
leoni”.
Lì colpi al petto. Un bel lavoretto. Uno si sfracellò
sul tavolo, ribaltandolo in una pioggia di fiches, carte e cicchetti di whisky;
l’altro andò giù di schianto, spalmandosi il muso sul pavimento. Gli occhi gli
schizzarono fuori dalle orbite, accentuando la sua sorpresa.
Il primo, riavutosi dal senso di meraviglia, esplose alcuni
colpi rabbiosi e tuttavia imprecisi nella mia direzione.
«Pezzo di merda!» biascicò, sputando litri di bava vischiosa
da quella fogna di bocca. Certo io non ero lì per fare da bersaglio, né al suo
piombo né ai suoi schizzi, così feci di lui un pacioccoso pupazzo di neve,
cucendogli in sequenza una fila di cinque bottoni dorati dall’ombelico allo
sterno, alternandone uno da beretta e uno da Desert Eagle. I proiettili si
conficcarono con soddisfazione in quel ventre sporgente. L’uomo crollò
rivolgendomi un ultimo sguardo di disappunto.
«Fanculo a me!» mi tirai su.


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