Cristo, nemmeno io ero fresco come una rosa: avevo il
fiatone. Infilai la mano in tasca e presi il flacone di aspirine. Male non mi
avrebbero fatto. Ne buttai giù un paio e quelle scivolarono dentro di me con un
hurrà lungo trenta secondi.
“Grazie Max.” per poco non sentì dire al mio corpo.
“Ogni tanto fai anche qualcosa per me.”
“Piantala, e cerca di collaborare: c’è la possibilità
di farmi spuntare un razzo dal culo e decollare via da qui?”
“Sai dov’è l’uscita, Max: assomiglia molto all’entrata,
vista dall’altra parte.”
Borbottai a me stesso di andarmene al diavolo ma poi
pensai che sarei dovuto andare con me e visto che mi trovavo già in un mucchio
di merda, era meglio gestire un cazzo in culo alla volta. Cercai il modo di
uscire dalla stanza evitando di percorrere a ritroso la strada degli uomini di
Finito, credendo che altri non avrebbero tardato ad arrivare. Andare avanti non
era possibile e io avevo notato una parete-finestra prima di andare a colloquio
con Joey e. Portava all’ampio terrazzo del primo piano. La raggiunsi e sparai
al vetro. Il proiettile si conficcò in terra dopo aver frantumato la finestra.
Il vento di quella notte da diavoli mi soffiò in faccia. Allo squittio dei
vetri sotto le mie scarpe seguì lo scricchiolio della neve e l’applauso dei
lembi della mia giacca attorno ai fianchi.
Lasciavo orme e sangue. Quest’ultimo colava giù dalla
punta delle dita. Il braccio si stava intorpidendo. Aprì e chiusi il palmo per
attenuare il formicolio. La bufera continuò a ringhiare prepotente nei timpani
anche quando mi feci piccolo contro il muro per offrirle meno superficie
possibile. Proseguì anche oltre l’angolo dell’edificio sperando di imboccare il
corridoio di un altro blocco o la finestra di una camera.
Quanto sei in gamba, Max! E le donne, davvero non
sanno resisterti!
Il mio straordinario senso dell’orientamento si
intromise per comunicarmi che dopo circa cento metri di culo freddo e palle gelate
era quasi sicuro che fossimo arrivati, tanto che mi esortò a rompere con una
gomitata la prima finestra che avessi incontrato. Tuttavia non ce ne fu
bisogno: l’occupante della stanza era in piedi sul davanzale, nudo nato e
deciso a saltare.
«Servizio in camera!» dissi. L’uomo strabuzzò gli
occhi. Era strafatto di Valchiria. Repressi il disgusto che mi era salito fino
in gola e che stava prendendo a pugni lo stomaco. Anche i balordi che avevano
distrutto il mio mondo lo avevano fatto sotto l’influsso di quella droga.
Ma non avrei permesso alla rabbia di farsi strada. Volevo tenerla in fresco per
un momento speciale.
«Non hai l’aria di essere la cameriera, amico.»
«E tu non hai l’aria di essere mio amico, amico. Accontentiamoci.»
«Sta’ indietro o mi butto!»
Mi guardai i piedi e calcolai che dall’altezza da cui
si trovava, la cosa peggiore che potesse accadergli (se si fosse lasciato
andare) sarebbe stata una scivolata sulla neve fresca e una battuta di culo.
«Se vuoi morire devi venire con me!» dissi. Dopo
avergli fatto segno con la canna della Beretta di scansarsi saltai dentro
camera sua.
«Grazie! E ricordati di chiudere la finestra quando
hai fatto se no sai l’amministratore che incazzatura?»
Attraversai tutta la stanza e mi affacciai al
corridoio. Guardai in entrambe le direzioni prima di decidere dove andare. Mi voltai
di nuovo dentro la camera. Gli strafatti di Valchiria scleravano senza
preavviso e infestavano il posto come una colonia di ratti. Uscì dalla sua vita
e dal destino che lo aspettava, fregandomene meno di niente.
Il mio obiettivo a lungo termine era quello di scalare
la montagna di merda che quella sera mi era piovuta addosso.
Quello a breve termine, invece, era l’inquilino della
stanza 313.
Almeno il piano dell’hotel era quello giusto.
Affievolitosi l’odore della polvere da sparo e del
sapore ferroso del sangue, mio e di tutti gli altri, la realtà acre di quel
posto mi colpì dritta come un pugno.
Il fetore di umanità rancida
impregnava le pareti scrostate e la moquette lurida che si attaccava alla suola
delle scarpe. L’aria
era satura dell’olezzo fradicio di acqua di colonia da poco, vomito, muffa e
mutande sporche. Mi trovavo attorno alla 357 e ciò significava che gli
alloggi di Rico erano esattamente dalla parte opposta dello piano.


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