Arrivai alla banchina numero 4, quella che
avrebbe potuto riportarmi a casa.
Ad accogliermi trovai una melodia
fischiettata da un tizio armato di fucile a pompa. Deciso ad unirmi alla banda
gli feci risuonare il mio piombo di fianco alla testa.
Dovevo aggiustare la mira.
L’uomo, che imbracciava il fucile in una
posizione comoda per le lunghe attese, voltò la canna verso di me con l’ausilio
di un braccio solo e fece fuoco. Anche lui non aveva avuto la possibilità di
mirare al bersaglio grosso e graffiò l’aria vicino alla mia giacca.
Era un consiglio che gli sarebbe tornato
utile nella vita dopo questa dato che quaggiù il bonus lo aveva già usato
tutto.
Scesi un altro livello. A quanto pareva
dai cartelli, erano in corso dei lavori di manutenzione e l’accesso era
limitato al personale autorizzato. Come no.
L’uomo col fucile a pompa stava facendo la
guardia a quell’ingresso. Le scale erano inghiottite dall’oscurità, il binario
era transennato e uno dei treni era fermo a metà tra la banchina e la galleria
retrostante. Nessuno altro a parte il sottoscritto. Se la zona era così sgombra
non c’era motivo di tenerci una sentinella armata di tutto punto.
Deciso ad approfondire andai verso
un’altra porta di servizio. La abbattei con un calcio e mi trovai di fronte la
nuca di un uomo che teneva sotto tiro un cristo della polizia metropolitana.
Entrai in fretta nel campo visivo
dell’assalitore, esattamente come la nebbiolina rosa che la beretta fece
sgorgare dalla sua testa e che finì a sfrigolare sul neon sul soffitto.
«Mi hai salvato, amico!» il poliziotto
respirava con affanno.
«Cosa sta succedendo?»
«Un massacro. Questi assassini sono
comparsi dal nulla. Ci serve aiuto! C’è un telefono nella centrale comandi di
sopra!»
«Buona idea.»
«Allora seguimi.»
Gli coprì le spalle finché non giungemmo
di fronte alla serratura elettronica della porta d’accesso della Control Room.
Fu allora che capì l’uomo col fucile a pompa.
«Aprila e poi fatti da parte!» ordinai
all’agente. «Dammi un’istante.» dissi tornando nel corridoio fino al cadavere
della sentinella. Raccolsi il fucile a pompa, tolsi il bossolo che mi aveva
sparato addosso e lo sostituì con una della cartucce che gli trovai in tasca. In
quell’istante risuonarono un campanello e il rumore sfiatato di un dispositivo
idraulico che entrava in funzione. Come quello di una porta blindata.
Mi voltai in tempo per vedere la testa
dell’agente saltare in aria. Non mi aveva aspettato ed era andato avanti da
solo con il nostro piano.
Bella morte da eroe, amico.
Le porte automatiche erano programmate per
richiudersi quindi, quando gli uomini coi fucili dall’altra parte mirarono alla
mia testa mentre mi facevo scudo con il corpo dell’agente ammazzarono solo le
finanze del municipio con la parcella del manutentore. Per fortuna, il codice
inserito sembrava avere definitivamente sbloccato le serrature perché la luce
sul display accanto alla porta era passata dal rosso intenso al verde
radioattivo.
Mi preparai ad entrare sparando. Con il
gomito azionai il pulsante d’apertura e il caratteristico rumore di sfiato del
sistema pneumatico lavorò per aprirmi la bocca dell’inferno.
Un altro corpo giaceva di fronte a me, a
metà tra il disimpegno in cui mi trovavo e la control room vera e propria. Un
altro poliziotto. Non ebbi il tempo di controllare le sue condizioni perché
cominciarono a spararmi addosso. Uno era appostato dietro un grande quadro
comandi al centro della stanza, un altro si trovava dietro una trincea
improvvisata fatta da una scrivania ribaltata.
Sparai verso il primo ma colpì un quadro
elettrico. Una ragnatela di scintille sbucò dalla consolle e fece qualche passo prima di svanire
nel nulla. Tanto mi bastò per inquadrare dietro il mirino la faccia dell’uomo
sorpreso dal gioco pirotecnico e farla saltare. Un ruggito mi spinse indietro
una spalla. L’uomo dietro alla scrivania sparava all’impazzata con due pistole
mandando in pezzi il mondo attorno a me. Probabilmente aveva visto qualche film
di troppo di cowboy e indiani. Peccato non prendesse il bersaglio nemmeno per sbaglio
e la mia spalla era stata il centro più preciso che aveva fatto fino a quel
momento. Quando le pistole dal texano dagli occhi di ghiaccio scarrellarono a
vuoto uscì dal buio in cui mi ero rifugiato e arricchì la grande mappa delle
linee metropolitane con un graffito di sangue e buchi di proiettile.
Ultima fermata.
Solo quando mi staccai dal muro mi ricordai della
spalla. La frugai con lo sguardo e le dita oltre i lembi stracciati. Un colpo
di striscio. Quello che i duri nei film definiscono “graffio”. Quello che però
non dicono mai è che brucia da matti. Ma ci avrei pensato poi.
Presi possesso della control room per mettere ordine a
quel marasma.
Controllai gli accessi restanti, nel caso ci fosse
qualcun altro che morisse dalla voglia di farmi spegnere le candeline. Uno era
chiuso a doppia mandata; dietro al secondo trovai la stanza dei bottoni. Oltre
a diversi monitor a parete spiccavano i quadri di tensione dei binari. A Roscoe
Street si incrociavano tre linee: la 2, la 4 e la 5.
Le ultime due funzionavano regolarmente. La 2 era
spenta. Sbirciando in uno dei monitor di servizio capì qual era e in che
condizione versasse: era quella del treno a metà tra la galleria e la banchina.
Non vidi altri movimenti.
Uscendo dalla stanza notai, in un mobiletto, una
cassetta di primo soccorso. Non sarei stato così fortunato da trovarci del
whisky per lenire il dolore ma mi sarei accontentato di un paio di cerotti.
Anche per quelli niente da fare ma mi guadagnai una scatola di antidolorifici.
Presi due pillole e mi infilai il flacone in tasca.
Dovevo ancora trovare Alex.


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