“Dopo il gran casino di Chicago dovete ringraziare
solo i Puncinello se non marcite ancora in galera. È arrivato il momento di
ricambiare. Uno dei nostri ragazzi più fidati ha un problemino con un gorilla
che lo bracca da vicino. Dovete fare in modo che non mandi all’aria un affare
importante.”
La lettera portava la firma di Angelo in persona. Era
il primo indizio che il gran capo fosse in qualche modo coinvolto. Era da
qualche centinaio di proiettili che avevo smesso di raccogliere prove. Mi ero
spinto così oltre il punto di non ritorno da averlo oltrepassato senza nemmeno
rendermene conto.
Stropicciai la lettera e la lasciai cadere sul
pavimento. Gettai uno sguardo alla finestra: la bufera in corso riusciva a far
sparire il palazzo dall’altra parte della strada. Quello che non era però in
grado di fare era attutire il suono delle sirene della polizia, così forte che,
per un momento, credetti si fossero fermate fuori dalla stanza. Erano
cominciate come un sibilo portato dal vento e poi, quando i lampeggianti
avevano iniziato a riflettersi sul manto nevoso, in pochi secondi erano
cresciute di decine di decibel. Forse non erano gli uomini di Bravura.
Probabilmente la scaramuccia con i fratelli Finito aveva allarmato qualche
bravo vicino che ignorava il comandamento di omertà del quartiere e che non
aveva mai sospettato del continuo via vai di prostitute e uomini per bene con
il cappello calato fino alla punta del naso dall’hotel. Anche se non fossero
stati lì per me, io ero comunque quello che se ne andava ancora in giro armato
di tutto punto a sparare ad ogni essere vivente che si fosse palesato. Non era
quindi saggio restare lì a cincischiare.
Quello che avevo trovato nella 313 però non mi portava
da nessuna parte. Il timone era puntato ancora verso Puncinello ma l’oceano era
pieno di squali e io avevo addosso l’odore della carne fresca. In quell’indagine
dovevo mettere i piedi uno davanti all’altro o presto o tardi mi sarei trovato
a penzolare nel vuoto. Senza Rico Muerte potevo ancora fare la corte a Lupino
ma spingersi oltre avrebbe richiesto una rincorsa più lunga.
Uscì.
Voltai a sinistra perché dalla parte opposta c’era
solo un corridoio cieco e un discreto volo nel vuoto se avessi proseguito
deciso verso la finestra. Il distributore di bibite mi copriva parzialmente la
visuale del corridoio gemello sull’altra ala del piano. Con Rico desaparecidos era necessario che
perlustrassi l’hotel, nel caso lo avessero spostato per tenermelo lontano.
Mi crogiolavo nell’idea di cominciare dal piano attico
o dai sotterranei quando il destino mi volle incoraggiare con un aiutino. D’improvviso
il corridoio si accese a giorno ma non riuscì a individuare la fonte di luce
per via del distributore. Il boato seguì più di un istante dopo, squarciando il
silenzio. Un’esplosione enorme e violenta proiettò schegge in tutte le
direzioni. Molte graffiarono la parete alla mia destra, conficcandosi nel
cartongesso, altre spensero neon e luci d’emergenza. Il calore mi raggiunse di
striscio, grazie all’amico brontolante che mi faceva da scudo. Mi stupì quando
il mio corpo si abbassò a protezione dell’esplosione perché il cervello non
aveva avuto il tempo di reagire. Solo quando la sezione di pavimento mi franò
sotto i piedi capì che stavo precipitando. E con me precipitava il distributore
automatico.
Mi girai a mezz’aria come un gatto cercando di
rotolare via appena il pavimento fosse atterrato sul piano sottostante.
L’impatto fu duro e la carne ne uscì frollata e livida. La spalla sinistra uscì
dall’articolazione ma ci ritornò appena lo slancio mi sbatté contro il muro. Mi
accartocciai incrinando qualche costola. Niente pensieri, erano tutte cose a
cui avrebbe pensato il Max Payne di domani, se mai fosse arrivato. All’eco
dell’esplosione si sommò quello di ferraglia e di bollicine, come se qualcuno
avesse stappato una grossa bottiglia di champagne. Il frigorifero era rimasto schiacciato
sotto al proprio peso, distruggendo il carico che ora si riversava tra macerie
e cemento.
Cercando di capire la dinamica mi ricordai delle
bombole che avevo visto nei ripostigli. Non potevano essere saltate da sole, qualcuno
doveva aver dato loro una spinta. Mi rimisi in piedi, spolverandomi i calzoni e
contando le contusioni più fastidiose. Raccolsi le pistole e le indirizzai
verso la volta squarciata sopra di me. Aspettavo che il bombarolo si
affacciasse per controllare se lo scherzo gli fosse riuscito proprio così come
se lo era immaginato. Dovetti calmare il respiro accelerato prima che mi
impedisse di prendere bene la mira. Quando il fragore dell’esplosione si ridusse
a ronzio potei determinare che nessuno si stava avvicinando alla mia posizione.
A meno che non fossero già appostati altrove si era
trattato davvero di un incidente. Dato però che nemmeno mio padre non credette
mai, diversamente da ciò che gli aveva sempre giurato mia madre, che il mio
concepimento fosse dovuto a un incidente, nemmeno io ero incline ad assecondare
il caso, o il destino. Comunque, se gli uomini di Lupino in quel momento non se
ne stavano in silenzio dietro qualche porta, in attesa che mi mettessi in posa
per una foto ricordo, comunque sarebbero arrivate presto la polizia o la mafia.
Ricominciai a muovermi per vedere se le gambe fossero
ancora in grado di reggermi. Così sembrò. Raggiunsi l’inizio del corridoio superando
le macerie ed esplorai quello attiguo facendo spuntare prima le pistole e poi
me stesso: una landa deserta. Prima di tuffarmici come un tonno sostituì i
caricatori sfiniti con altri belli cazzuti. Mi orientai fino al
vano ascensori e nessun lupo travestito mi fermò per darmi indicazioni su come
arrivare a casa della nonna.
Di fronte alla pulsantiera dell’ascensore maturai la
decisione di riprendere la mia ricerca dal basso, guidato da una constatazione
piuttosto elementare: dato che gli odori tendono a salire verso l’alto, avrei dovuto scendere per trovare la sorgente di quel tanfo di merda.


Nessun commento:
Posta un commento