Voltarsi, svignarsela, cambiare città. Questa sarebbe
stata la cosa più giusta da fare. Ma non fui così intelligente. Il quartiere
popolare di Lupino era l’emblema dello squallore.
Un negozio di liquori, un banco dei pegni, una
pidocchiosa lavanderia automatica e via di questo passo. Il come e il perché
restavano un mistero, ma sapevano che ero un poliziotto. Sapevano che sarei
arrivato e non vedevano l’ora di riempirmi di piombo.
Il covo di Lupino brillava come una stella. L’esplosione
della bomba trasformò la neve in oro colato mentre una colonna di fumo
innalzava i resti di una macchina verso il cielo. Le fiamme si riflettevano
sulla carrozzeria di una Mercedes che procedeva lentamente. Come se il
guidatore non avesse niente di cui aver paura a questo mondo. Riuscì a
riconoscere l’uomo armato all’interno della vettura. Era Vladimir, il capobanda
della malavita russa. La mosca nella zuppa di Don Puncinello.
L’eco nelle mie orecchie era quello di una guerra fra
bande appena scoppiata.
Come se gli spettatori avessero visto a sufficienza,
l’auto cambiò passo facendo slittare i penumatici sulla neve. L’accelerazione
improvvisa portò il timone fuori rotta e la Mercedes a sbandare di lato.
Controsterzando l’autista riuscì a mantenere la direzione e a dare gas.
Non si trattava di una fuga per allontanarsi dai guai,
ma una dimostrazione di forza, prepotente e arrogante. Come a dire “posso
permettermi di entrare in casa tua e far venire a piovere, se ne ho voglia”.
Continuando a derapare l’auto girò l’angolo e occupò la corsia opposta, dove sopraggiungeva
una grossa autocisterna. Vedendosi invadere il proprio spazio, il conducente
dell’articolato pestò sul freno ma la velocità e le condizioni della strada
erano così al limite che probabilmente avrebbe potuto tentare di non fermarsi e
salvarsi il culo. Accorgendosi che le ruote bloccate pattinavano sul ghiaccio
aggiunse a una decisione infelice una manovra del cazzo, come quella di evitare
la Mercedes virando violentemente nella direzione contraria. Il culone della
cisterna, sballottato prima di qua e poi di là, si schiantò al suolo mentre
l’auto targata “VODKA” passava attraverso quel disastro sbattendosene
amabilmente. Un liquido denso e viscoso si riversò sul selciato da uno squarcio
nel silos dell’autobotte. Doveva trattarsi di una sostanza altamente
infiammabile perché bastò una scintilla perché il mezzo venisse avvolto da una
palla di fuoco alta e bianca. L’onda d’urto mi sbatté a terra e il calore mi
decimò la conta dei peli del naso. La carcassa della cisterna era diventata
anche la parete di sbarramento del quartiere di Lupino. E io il solito topo in
trappola.
Un’altra bomba esplose nella catapecchia accanto. La
detonazione, vista la feccia che la abitava, mi lasciò indifferente. Ma Potevano
esserci altre bombe e i poliziotti non avrebbe tardato a farsi vivi.
La suite di Jack Lupino era all’ultimo piano. O almeno
era lì che si trovava prima di quell’esplosione.
Prima di tutto era il caso di cercare il punto sulla
mappa che indicasse dove mi trovavo, con un bel puntino rosso a segnare la
posizione.
Osservai il labirinto di edifici e di serrande
abbassate cercando di comprendere in che modo coesistessero tra di loro. Poteva
Lupino aver ricavato nell’architettura di quel complesso un modo per dileguarsi
che non lo avrebbe gettato tra le braccia della polizia, dei federali o dei
sicari mandati dai suoi innumerevoli amici?
Intenzionato a crederci ricominciai a muovermi. Le
vetrine degli esercizi commerciali erano abbassate e non un’anima metteva il
naso fuori per assicurarsi che dopo il boato che c’era stato il mondo esistesse
ancora. Era un quartiere così tranquillo che mi stupì che avesse affitti che
rasentavano la soglia di povertà.
Voltando l’angolo una colonnina di quotidiani catturò
la mia attenzione.
La mia faccia campeggiava sulla prima pagina di tre
testate sulle quattro disponibili. Nella quarta c’era però il mio nome a
caratteri cubitali.
Jack voleva mantenersi informato su tutto quello che
accadeva in città e il fattorino dei giornali probabilmente riceveva una lauta
mancia per il servizio espresso. Non c’era da stupirsi se la sua mancia fosse
stata più generosa del mio stipendio. Ma io non volevo le mani annerite
dall’inchiostro, perché preferivo sporcarmele pestando a sangue i pedofili e
gli spacciatori all’uscita delle scuole.
I titoli non erano incoraggianti. Tutte le testate
parlavano dell’efferato omicidio. L’eco della tempesta si confondeva con le
sirene della polizia.
DEAD OR ALIVE
MAX PAYNE KILLER!
MURDER!
Una situazione invidiabile: braccato da chi ti voleva
morto e ricercato per un amico che non avevi ucciso.
Lusingato, mi staccai dalla lettura, rimpiangendo di
non avere con me neppure un nichelino per prenderne una copia. Sarei stato
curioso di vedere cosa diceva l’oroscopo del giorno.
I pianeti in congiunzione assicurano ottimo umore,
attenzione ai proiettili vaganti. Probabili feste a sorpresa da parte degli
amici. Comincia la giornata con una buona dose di piombo.
Cercai una rotta tra gli edifici del vicolo e la trovai
in uno scantinato, il cui ingresso era debolmente illuminato da una vecchia
lampadina. Non ero contento di infilarmi in un altro pertugio cavernoso e
potenzialmente infestato da uomini arrabbiati, serial killer non dichiarati e
drogati fuori di testa, ma non avevo trovato una strada alternativa e non
potevo rifugiarmi da Starbucks in attesa di una schiarita.
Scostai la porta in laminato della cantina e una luce
verdognola mi diede il benvenuto. All’interno, nessuno. Non avevo idea di dove
fossi capitato: una serie di quelle che identificai come grosse gabbie
occupavano le lunghe pareti della stanza. Ed era lo stesso anche negli ambienti
successivi. Grosse strutture costituite di nerboruti pali di legno e reti
d’acciaio potevano essere gabbie per grandi polli, ma che diavolo ci facevano
in uno scantinato del Bronx?
Lupino si era dato al racket dei combattimenti tra
struzzi?
Tutto è possibile quando si ha il bisogno di tenere
viva l’attenzione dei propri clienti ma non vidi piume o padelle per grosse
frittate. Quel posto non aveva l’aspetto di una raffineria di Valchiria e
l’aria era priva del pungente odore di sostanze chimiche.
Un boato mi fischiò dritto nell’orecchio. La stanza
accanto era saltata in aria. Una parete in cemento armato mi aveva salvato il culo
ma ora presentava un rigonfiamento nella parte centrale e l’intonaco cadeva a
terra in pezzi delle dimensioni della mia testa.
I russi dovevano aver minato tutti i palazzi del
quartiere di Lupino, non solo il motel, tanto per essere sicuri. Il posto poteva
saltare da un momento all’altro.
Un’altra esplosione si sfogò alcuni piani più sopra.
Le pareti e il soffitto vibrarono per una lunga serie di secondi. Non rimasi là
ad aspettare che la volta smettesse di scuotere come un budino: imboccai un
tortuoso percorso che speravo non mi avrebbe portato dritto agli ordigni
successivi. Il fumo era così denso che sembrava di inalare tessuto. Se non
avessi trovato in fretta aria fresca e acqua sarei rimasto là a fare il tappeto
da soggiorno.
Trovai una via percorribile sulle scale e salì fino al
piano terra. Liberai i polmoni con un colpo di tosse grassa e gli occhi,
arrossati, si velarono di lacrime purificanti. In quel momento il trillo del
telefono era un fenomeno del tutto inaspettato. Trovai l’apparecchio e lo
rimirai come si guarderebbe un onesto al governo.
Poteva essere uno sballato in cerca di una dose, ma si
rivelò qualcuno di ben più misterioso.
Alzai la cornetta che si agitava per la smania di
essere finalmente raccolta.
«Sto parlando con il signor Payne?»
La voce era quella di un uomo. Non riconobbi il
proprietario.
«Chi vuole saperlo?»
«Il mio nome è Alfred Woden. Deve muoversi: la polizia
sta per arrivare.»
«Dimmi qualcosa che non so.»
«Sanno che si trova lì.»
«Davvero? E tu come lo sai?»
«La contatterò nuovamente.» riattaccò.
Arrivarono i poliziotti con il loro coro assordante di
sirene spiegate. Avevo pochi minuti prima che la squadra SWAT facesse irruzione
nell’edificio. Pochi minuti per sparire dalla circolazione.
«Max Payne! Qui parla il vice procuratore Jim Bravura
della polizia di New York. Deponi le armi e vieni fuori con le mani alzate.»
L’uomo della provvidenza. La voce del vice procuratore
si diffondeva con l’amplificazione del megafono. Quasi nello stesso momento
arrivarono gli elicotteri, almeno due. Sapevano che ero nei dintorni ma non in
quale edificio. A parte questo Woden.
Chi era a da che parte stava?
E soprattutto, come mi aveva trovato?
Di certo non avrei avuto le mie risposte rimanendo in
un edificio gravido di esplosivo con una squadra SWAT che si stava per
stringere attorno a me.


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