«Tutto a posto?»
Voci fuoricampo, oltre la porta.
Avevo incontrato Lupino una sola volta. Questo perché
gran parte del suo racket era gestito dal suo fedele braccio destro, Vinnie
Gognitti. Gognitti era uno schizzato iperteso perennemente sull’orlo di una
crisi di nervi. Aveva il cervello per gestire un business di questo tipo, ma
gli mancavano le palle. E così finiva per scaricare la tensione su squillo da
quattro soldi.
Trovai una lettera in mezzo alle carte sparse sul
pavimento, tra i corpi e il sangue di Joey e Virgilio. La raccolsi.
“Il piano V avrà luogo all’hotel. Le parole esatte di
Jack sono state: –Vinnie, a te gli onori della casa. - Rico Muerte sarà anche
lui della partita. Se qualcosa andasse storto, siamo tutti morti. Trattate
questo tizio con la dovuta attenzione: qualunque cosa voglia, dategliela. Non
facciamo casini o siamo finiti.”
Il piano V significava una sorveglianza extra, porte
sbarrate e un sacco di bifolchi dal grilletto facile. Non avevo visto niente di
interessante, ma questo poteva non significare nulla. Rico Muerte era il
classico duro spietato.
I Finito avevano scarabocchiato il numero di stanza di
Rico ai margini del foglio.
“313”
«Tutto bene, lì dentro?» chiesero di nuovo.
«Non rispondono, chiama gli altri: digli di correre
subito qui!» ordinò un secondo a un terzo uomo.
«Ok, ma non possiamo perdere altro tempo! Dobbiamo
entrare adesso!» obiettò il primo, con grande acume.
Uscire non sarebbe stato facile. La tromba delle scale
era chiusa a chiave e l’ascensore fermo da decenni. Piegai la lettera e me la
infilai in tasca senza curarmi della piega perfetta.
Le spallate alla porta e gli scricchiolii con cui
quella rispose ai tentativi di sfondarla da parte dei tizi nel corridoio mi
dissero che avevo all’incirca quindici secondi prima che il galà si animasse di
nuovo. Mi guardai attorno in cerca di una soluzione e poi me la trovai tra i
piedi. Anche se pesava come un fringuello, Joey non mi sarebbe stato d’aiuto: grazie
a me aveva ora si ritrovava con un buco al posto della faccia. Sapevo già che la
mia spalla non mi avrebbe ringraziato. Speravo che dopo lo avrebbe fatto il mio
culo. Sollevai di peso Virgilio. Quello spilungone era più alto di quanto
sembrasse e mettermelo addosso come un cappotto fu un autentico delirio.
Mi aiutai a sostenerlo appoggiandomi alla parete più lontana dalla porta che i
ragazzi dei Finito stavano per violare come un quarterback la reginetta del
ballo sui sedili della stationwagon del padre. Tenni dritta la nuca
di Virgilio strattonandogli la chioma folta e unta di gelatina.
«Mi fa piacere sentirti così rilassato avendo dietro
di te un altro uomo, Virgy, ma cerca di stare su!» rinsaccai il pollice della
sua mano del cadavere nella cintura così che assumesse una posa meno morta. Nell’altra
mano gli misi la beretta mentre le mie dita ne controllavano la pressione sul
grilletto.
«Sei mai stato man a mano durante uno scontro a fuoco,
Virgilio? Vedrai che ti piacerà!»
Quando la serratura gemette sfinita prima di cedere
nascosi il viso tra le spalle del gangster morto e trattenni il fiato.
Gli scagnozzi si trovarono di fronte una scena
assurda: Joey disteso a terra in un lago di sangue, le scrivanie della
reception ribaltate, la stanza a soqquadro, il penetrante odore di polvere da
sparo e Virgilio in piedi, ad aspettarli. Dell’intruso da massacrare, nemmeno
l’ombra.
«Dov’è?» chiese uno nascondendo con impegno il
fiatone. Era entrato con le armi spianate, seguito da altri quattro. C’era
anche Sal La Monica, quel vecchio stronzo fascista che si divertiva a picchiere
le anziane signore che truffava dopo essersi spacciato per un venditore di
bibbie porta a porta. Di fronte a uno scenario diverso da quello atteso e
trovando invece il capo di fronte a loro, non ebbero la prontezza di spirito di
pensare in fretta.
Strizzai la mano di Virgilio in modo che il suo indice
producesse sul grilletto la pressione corretta. Il primo colpo mancò qualunque
cosa ma non avevo mai sparato con un cadavere e così non mi persi d’animo. Gli
uomini dei Finito non compresero cosa accadeva fino a quando il secondo
proiettile non si conficcò nel petto di Sal La Monica.
Tentennarono ancora prima di rivolgere le pistole
contro il loro capo, così colsi l’opportunità di far saltare un piede. A quel
punto, però, l’istinto di sopravvivenza gli fece superare l’impasse con il
risultato di sparare all’uomo che firmava i loro assegni. Ci fu un rullo di
tamburi nel corpo appoggiato a me e Virgilio iniziò a vibrare sconquassato dai
proiettili. La testa di Virgilio cadde prima all’indietro, aperta in due come
un’anguria, poi in avanti, col mento a toccare il petto. Ripresi la beretta e
da sotto l’ascella del morto sparai a raffica ad altezza uomo. Virgilio era un
buono scudo e con qualche chilo in più avrebbe resistito ancora ma ormai mi si
sfaldava tra le mani. Non mi vomitai sulle scarpe soltanto perché ero distratto
dallo stato di integrità degli organi interni di Finito, chiedendomi dietro
quali sarebbe stato meglio nascondere i miei. Sventagliai di nuovo la beretta
con disperazione e nel frastuono sentì il piacevole suono di atroce, violenta
sofferenza. Feci capolino dalle spalle di Virgilio giusto per vedere l’uomo
all’estrema sinistra, inebetito e senza fiato, crollare sul pavimento e una
grande macchia scura allargarsi sotto il giubbotto di pelle, all’incirca
all’altezza del polmone. Mi mossi verso di loro. La punta dei piedi di Virgilio
Finito strisciava a terra dietro le mie scarpe. La spalla che teneva il
cadavere bruciava per lo sforzo, all’altra dovevo chiedere di sparare bene
perché non c’erano margini d’errore.
Riducendo drasticamente lo spazio tra me e loro
aumentai le mie probabilità di punteggio ma concedevo la possibilità di
prendermi ai lati. La stessa cosa la pensarono anche i due ancora abili così
che il primo che mi raggiunse al fianco era quello che non stavo tenendo sotto
tiro.
Esattamente quello che volevo.
Privilegiai lo stronzo in favore della Beretta perché
dal lato della spalla ferita sarei stato una preda facile. Gli perforai il
fegato prima che avesse il tempo di accorgersene e scaricai senza tenerezza
Virgilio per beccare anche l’ultimo. In mezzo agli occhi.
«Non mi guardare così, la prossima volta fate a
cambio!» dissi a quello ferito al fegato che si sarebbe spento lentamente.


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