Era la mia seconda corsa in treno e, da come era
proseguita la giornata, non prometteva niente di buono. Il vento gelido mi
graffiava il volto come rasoi di ghiaccio mentre iniziavo a perdere la
sensibilità degli arti. In lontananza anche loro: le sirene di un’intera città
che mi stava braccando.
New York mi sfrecciò davanti come un’immagine sfocata,
con le sue distese di camini anneriti e file interminabili di antenne tv.
Quando finalmente il treno rallentò la sua corsa Gognitti fece la sua mossa. In
quel punto la sopraelevata lambiva la maggior parte dei tetti degli edifici di
modesta altezza e venne naturale a Vinnie raggiungere il bordo esterno del
vagone su cui se n’era rimasto aggrappato e tuffarsi di lato. Il balzo gli fece
superare agilmente la recinzione metallica che divideva la ferrovia con la
città e lo portò a rotolare diverse volte sul rivestimento impermeabile del
tetto di una palazzina malmessa. Prima che la locomotiva iniziasse la brusca
svolta che l’avrebbe portata in Harlington Road saltai anch’io.
«Controllo biglietti, signore. Un uccellino mi ha
detto che lei ne è sprovvisto.»
Mi ero rialzato prima di Vinnie e adesso lo tenevo
sotto tiro. Il volo dal treno doveva aver contribuito ad avvicinare ancora un
po’ l’orizzonte della sua dipartita. Respirava affannosamente e tutto se stesso
era impegnato a chiudersi sullo stomaco, da dove il fiotto di sangue aveva
ormai imbrattato per intero il vestito di raso con cui Vinnie era solito avere
il coraggio di mostrarsi in giro.
Gognitti, a corto di fiato per una frecciatina verace,
si apprestò a rispondermi con l’ennesima sventagliata, deciso a suicidarsi,
quando dal frastuono della bufera venne la cadenza rassicurante dell’elica di
un elicottero.
«Max Payne! È la polizia di New York. Getti le armi
immediatamente e si sdrai a terra! Ha cinque secondi per arrendersi!»
Non mi era concesso di sperare nella cavalleria al
galoppo, d’accordo, ma non meritavo nemmeno quello.
Vinnie mi sparò ma mi scansai in tempo.
Sfortunatamente il dipartimento di polizia volle festeggiare con me
manifestando la propria gioia togliendo la sicura e facendo cantare il
mitragliatore in dotazione all’eli velivolo.
Corsi dietro a Gognitti, che aveva colto quella
ghiotta occasione per sparire, e non smisi finché non mi infilai dentro
l’edificio dalla porta antincendio che sbatteva maltratta dalla tempesta. Me la
richiusi alle spalle con forza. La mia schiena si stampò contro le sbarre di
ferro di una balaustra. L’acrobazia mi riallineò la colonna vertebrale. Uno
sciame di pallottole di grosso calibro si schiantò contro la porta tagliafuoco,
facendola assomigliare al volto brufoloso di un tredicenne.
Strada chiusa. Una nuova via da aprire.
Diedi una veloce occhiata attorno. Il pianerottolo su
cui stavo perdendo tempo era un fazzoletto d’acciaio sospeso su un dirupo fatto
da un vorticare di scale di cui non vedevo la fine.
Ansimante e gocciolante, invece, un piano sotto di me,
si trascinava il mio compagno di giochi Vinnie, che si era tenuto la palla e
pretendeva di dettare le regole.
Gli lasciai due post-it avvolti nel piombo per
ricordargli di non lasciarmi indietro come sua abitudine. Gli spari
rimbombarono nella tromba delle scale. Gognitti guardò su e mi vide. E aumentò
il passo.
Mi alzai e lo seguì. Nonostante fosse ridotto a un
colabrodo la droga che aveva in corpo e la pazzia che aveva in testa riuscirono
a tenerlo a distanza da me tanto che arrivò al cortile interno del palazzo
prima che potessi mettergli le mani addosso.
La prudenza mi rallentava. Quando poggiai in sicurezza
il primo piede sul pavimento di cemento del cortile, Vinnie si era fatto dare
un passaggio da un montacarichi da cantiere del palazzo in costruzione a
fianco. Mi sparò da dietro il suo ghigno strafottente, scarsamente interessato
a prendere bene la mira.
Come al solito, quello si sarebbe dovuto ciucciare la
sfacchinata ero io. Del futuro grattacielo, per il momento, non c’era altro che
lo scheletro di tondini d’acciaio e gettate di calcestruzzo. Tutto il resto
avrei dovuto immaginarlo.
Gognitti si era fermato attorno al decimo piano, oltre
non avrebbe potuto andare.
Lastre di lamiera collegavano i piani, sostituendo le
scale, e lunghe assi di legno rimpiazzavano il pavimento mancante. Chiodi e
viti sporgenti avrebbero bucato come burro la suola delle mie scarpe in finto
cuoio. Quel posto era la fiera del tetano.
Inseguivo Gognitti in un mondo sospeso nel vuoto di
una tremenda caduta. Dovevo stare attento a non inciampare nei fili elettrici
penzolanti, a non azionare inavvertitamente qualche sparachiodi dimenticata da
un operaio distratto e appoggiata su un trespolo ad altezza occhi, a non
rimanere impigliato nelle catene delle carrucole e a non ficcarmi il gancio in
un polmone ed essere trasportato avanti e indietro come un calzino appeso al
sole. Sotto le scarpe il pavimento pustoloso della ghiaia della prima gettata.
Nei passaggi stretti le schegge delle travi tra cui mi facevo largo si
conficcavano nella giacca graffiandomi le carni. I polmoni si riempivano di
polvere e calce. Il vento urlava nei tubi in pvc cavernose e sinistre promesse
di morte. Scarpinai fino al decimo piano per trovare il montacarichi desolatamente
vuoto. Ora sì che avevo terreno da recuperare.
E adesso dove si era andato a nascondere?
Ancora il sangue e la neve mi aiutarono ad orientarmi.
Considerando le lunghe virgole che lasciava nel manto bianco, Gognitti ora
strisciava il piede più vistosamente. Ormai doveva essere esausta anche la
gamba sana. Da buon poliziotto seguì in parallelo le tracce a passo sostenuto,
non ancora di corsa. Mi feci tutto il tetto, evitando lucernai e ventole di
aspirazione, fino al lato nord. Qui, un ponteggio di legno collegava il palazzo
con il tetto di quello adiacente. Si trattava di una passerella di servizio per
il grande cartellone pubblicitario che svettava sulla città e sui comuni
mortali che la popolavano.
A parte Time Square, nei quartieri popolari erano numerose
le strutture di quel genere installate sui tetti degli edifici privati e
affittati allo scopo. Seguì Vinnie anche lassù e, mentre l’asse di legno gemeva
per il mio peso, un proiettile sforacchiò il cartellone e mi spettinò il
ciuffo. L’istinto mi disse di assottigliarmi il più possibile alla prima parete
che potessi raggiungere ma il cartellone non sarebbe stato di alcun aiuto. Mi
acquattai e percorsi velocemente la passerella per affacciarmi dall’altra
parte.
Il cartellone sopra di me riportava l’immagine di un
fucile d’assalto, su sfondo bianco, rosso e blu su cui campeggiava la scritta:
“IL GIUSTIZIERE AMERICANO, PER LA VENDETTA.”
Ironico e terribile ma così adatto al qui e ora.
La struttura in legno che sosteneva la pubblicità si
spaccò a metà durante la seconda serie di spari. Trovai Gognitti, due tetti più
avanti, appostato come me dietro un terzo cartellone pubblicitario. Risposi al
fuoco. Feci cilecca ma interruppi l’illusione di impunità che poteva essergli
balenata in testa dal momento che erano già diversi minuti che non rispondevo
alle sue provocazioni. Lo vidi sparire nell’oscurità, lontano dai coni di luce
dei faretti posizionati al di sopra dei cartelloni. Saltai giù dalla passerella
e con un secondo balzo montai sulla seconda, poco distante.
Su questo cartellone c’era Capitan Mazza da Baseball,
il fumetto che avevo trovato accanto al corpo massacrato nei sotterranei
dell’hotel di Lupino.
CAPITAN MAZZA DA BASEBALL è TORNATO, RAGAZZI! È
CATTIVO E HA UNA MAZZA!
La mia corsa trai i tetti si perdeva al di sotto delle
luci della Grande Mela, troppo indaffarata e distratta a sguazzare nel fiume
delle proprie vergogne private e dei propri vizi pubblici. New York era
indifferente alla mia vendetta come io lo ero alla vita senza Michelle e Rose.
Pulivo il mio senso di colpa ricoprendolo di peccati. Speravo che mi
avvicinassero più in fretta al momento in cui avrei potuto non provare più
niente.
Non era una vita da sogno ma almeno era accettabile.
Un ultimo cartellone e nient’altro avrebbe potuto nascondere
Vinnie dalla mia furia.
Il terzo era stato commissionato dalla Aesir
Corporation. Com’è piccolo il mondo. Recitava che con la compagnia si sarebbe
stati più vicini al paradiso.
Fosse stato vero.
Lo superai di slancio pronto a mettere le mani su
Vinnie quando troppo tardi mi resi conto che il passo sarebbe finito dritto su
un lucernaio. Volavo come il vento e la finestra non poté che cedere.
Precipitai come un angelo cacciato dall’Eden avvolto in un bozzolo di vetro che
non mi avrebbe salvato.


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