Presi a sinistra verso le scale.
La porta conduceva a una zona abbandonata, chiusa fin
dagli anni quaranta. Qualcosa di grosso stava accadendo a Roscoe St. Forse per
questo Alex mi voleva incontrare là…o forse no. In un modo o nell’altro dovevo
scoprirlo.
Mi feci largo tra grandi casse di legno tarlate e muri
scarnificati dall’umidità. Mancò poco che non sparassi a due topi di fogna
grandi come cani. Oltrepassai un’altra porta e finì scaraventato in un
groviglio di corridoi e scalinate. L’oscurità era così densa che ad ogni respiro
mi si insinuava dentro un po’ di più. Quando sentì un rumore di acqua e il mio
piede affondava in un liquido nero e melmoso capì che ero andato così in fondo
a quella storia da finire nella rete fognaria della città. Forse qualcuno
avrebbe detto che finalmente Max Payne si era ricongiunto al suo mondo ma per
me era solo un venerdì sera come tanti.
Non mi dava fastidio l’odore dei liquami umani né il
freddo pungente che abbracciava le ossa, quanto più il fatto che non sapevo
ancora cosa ci facessi lì, né cosa c’entrasse tutto questo con Jack Lupino e la
mia indagine.
Alex Balder avrebbe dovuto essere molto convincente
quando sarebbe venuto il suo turno.
Seguì il condotto principale con la fioca luce delle
lampadine di servizio a sei metri sopra la mia testa. Di tanto in tanto, nel
soffitto, si aprivano grate quadrate traboccanti di densi sbuffi di vapore.
Continuai finché l’eco delle gallerie non tornò indietro con un groviglio di
voci che non compresi.
Armonizzai il suono dei passi con il ritmo della corrente
di melma sotto i miei piedi. Scorsi tre uomini su quella che una volta era
stata una banchina della vecchia linea, ora in disuso. Era sommersa di casse di
legno. Da quello che riuscì a vedere erano tutti e tre armati. Uno di loro
stava predicando che “…non bisogna mai lamentarsi.”
Mi sembrò un ottimo consiglio e quell’uomo aveva quasi
certamente la fibra morale per fare ciò che professava. Mirai al suo ginocchio
ma quella che gli uscì di bocca non fu una lode al Signore.
Il tipo si piegò sull’articolazione ferita che non
poteva reggere il suo peso un secondo di più mentre gli altri che erano con lui
decidevano cosa fare. Mamma diceva sempre che se aspetti troppo la vita finirà
per decidere al posto tuo. Purtroppo, nel loro caso, al posto della Vita c’era
Mr. Payne e una semiautomatica dai modi arroganti.
Mentre il predicatore tentava di rimettersi in piedi,
gli altri si impegnarono a mancarmi. Il mio vantaggio era stato tenermi al di
fuori dal cono di luce delle lampade di servizio. Quando il predicatore alzò la
pistola contro il bagliore che aveva appena ammazzato i suoi due compari gli
inchiodai la mano al calcio della pistola. A quel punto uscì dall’ombra e coprì
con un balzo il dislivello tra il torrente di merda e la banchina.
«Cosa sta succedendo, amico?» l’uomo mi fissava ma il
suo sguardo era vuoto, come se non riuscisse a trattenere la vita dentro di sé.
Lo scossi con forza cercando di capire cosa gli prendesse. L’articolazione era
andata ma non era stato un colpo fatale. Notai però anche una macchia scura
sotto l’ascella. Si espandeva e l’uomo spirava sotto di me. Distinsi i contorni
di un foro di proiettile e capì che era stato raggiunto dal fuoco amico mentre
quelli sparavano alla cieca e lui era al centro dell’area di tiro. Se ne andò
senza avermi risposto.
Tanto peggio per me, dovevo proseguire e vedere
quant’era profonda la tana del Bianconiglio.
L’entrata davanti a cui si stavano dando da fare i tre
era una galleria in salita, una gola profonda lastricata di scalini e foderata
di piastrelle piccole come tasselli di un mosaico e grigie come i denti di un
morto. A metà della mi ascesa il mondo iniziò a scuotere e ondeggiare e un
boato crebbe cavernoso e mi avvolse come un’onda di piena sormontando il filo
rosso dei pensieri e il mio fiato corto. Al frastuono seguì la pioggia di
calcinacci che la volta mi rigurgitò addosso. Il soffitto stava cedendo ma la
frana doveva essere così estesa da coinvolgere l’intera stazione. Mi avrebbe
trovato ovunque mi fossi andato a rifugiare.
«Cosa diavolo è stato?»
Nel tentativo di rimandare il più possibile la fine
del topo raggiunsi la cima della scalinata solo per godermi in stereo l'eco di
quella che in quel momento riuscì a catalogare come una esplosione enorme. Non
poteva essere la locomotiva che avevo fatto schiantare perché il casino era
sopra di me, non sotto. In più, la locomotiva era elettrica, perciò niente
carburante.
«Ci sono, passami il detonatore.» sentì dire da una
voce di uomo rauca dal troppo fumo una volta che l’universo si riassestò. A
coprirmi dalla sua vista un muro di casse di legno ammuffite attraverso cui
osservai parte della scena grazie ai fori tarlati e alle assicelle mancanti. Un
uomo era in ginocchio di fronte a una vecchia porta blindata ad armeggiare con
quelli che avevano tutta l’aria di essere un paio di chilogrammi di C4 mentre
il “fattorino” era un biondino appena sbucato da un grosso squarcio nella
parete. In mano avevano una specie di telecomando.
«Se aprite anche quella moriremo di spifferi!» mi
lamentai emergendo dal mio fortunoso nascondiglio, mirando alla testa di quello
che aveva l’aria di essere il più bellicoso, nonostante in quel momento si
trovasse in una posizione più di offerta che di attacco. Bocconi.
L’uomo mi rivolse uno sguardo meravigliato e boccheggiò
come alla ricerca di un po’ d’aria fresca.
«I contribuenti sanno dei lavori di ristrutturazione?
Qualcuno li ha consultati sul colore delle piastrelle del bagno?»
«Lo ammazzo questo bastardo!» gridò il secondo,
isterico.
«Ehi! Mettiamo in chiaro un paio di cose: che avete
oggi? È per caso la giornata mondiale del “apriamo un secondo buco del culo al
vecchio Max, vedrete come ci ringrazierà!”? E, secondo, solo mia madre può
chiamarmi bastardo dato che è l’unica che può dirlo con certezza!» scherzavo e
intanto riprendevo fiato. Non volevo ammetterlo ma l’esplosione mi aveva
lasciato addosso un’extra sistole e una lunga striscia umida nelle mutande.
L’uomo in ginocchio tentava di stabilire un contatto
visivo con il compare spingendo la torsione del collo al confine con la
possessione demoniaca.
Non avevo idea di cosa stesse cercando di dirgli: se
starsene buono buono, visto che il biglietto di sola andata per l’obitorio lo
aveva estratto lui o se volesse incitarlo a mettere fine al mio mal di testa
girandone per sempre l’interruttore con un proiettile. L’uomo in ginocchio
poteva vedere al massimo la fine della propria spalla e ascoltare il biondino
passare senza sosta il dito sul grilletto e il pollice sul cane della pistola,
nella presa sudata della mano lungo il fianco. Nell’altra, la presa sul
detonatore. Anche il tizio in ginocchio sudava come un maiale ma era probabile
che fosse a causa dell’incertezza sul fatto che avrei sparato per primo a lui o
al socio quando questi avesse finalmente deciso di puntarmi l’arma contro e
aprire il fuoco. Capì di aver sudato a vanvera quando feci saltare il braccio
del compare che aveva finalmente deciso di sollevare la pistola.
«Scusa, riflesso condizionato!» mi scusai raccogliendo
l’arma da terra. Per il telecomando, invece, nulla da fare: si era spaccato in
due e aveva smesso di lampeggiare. Dovetti urlare per sovrastare lamenti.
«Molto male?» mimai aiutandomi con la mia leggendaria espressività. Lo mandai a
nanna colpendolo alla base del collo. Mi rivolsi all’altro.
«Cosa state facendo e quanti ne trovo dall’altra
parte?» poi non gli dissi che ormai poteva anche voltarsi.
«Questo vecchio tratto della metropolitana va a finire
dritta nel fianco del caveau della Federal Trust Bank, amico.»
«E quanti porcellini dovrò soffiare via?»
«Di sotto ce ne sono altri cinque. Non uccidermi, ti
scongiuro!»
«’Notte!» lo colpì così forte che la testa andò a
sbattere contro la vecchia porta arrugginita che suonò incompiuta come una
campana spezzata. Sarebbero entrambi rimasti a nanna per un pezzo.
Oltre la breccia, allora.


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