In quel casino orgiastico di carte da gioco, alcol, cocci
di vetro, banconote imbrattate di sangue e mafiosi morti, raccolsi i caricatori
che mi andavano bene e mi riempì le tasche, come un bambino fa con i dolcetti
di halloween poco prima di tornare a casa.
In sottofondo, le breakin’news del servizio meteorologico
proseguivano, in una gara all’ultima parola con la bufera di neve da fine del
mondo.
«L’emergenza tormenta continua a investire la nostra
regione. Molti dei principali raccordi stradali sono interrotti e si consiglia
alla popolazione di non uscire di casa. Nonostante siano già tre giorni che la
bufera imperversa e non sembra che la situazione sia destinata a migliorare.»
Nevicava fino dall’inizio del caso Valchiria e,
secondo le previsioni, il sole si sarebbe fatto desiderare ancora per un bel pezzo.
Ma la città innevata aveva qualche vantaggio: meno passanti che potessero
restare coinvolti in una sparatoria.
Dovevo mantenermi in movimento finché c’era ancora
qualcuno che fosse in grado di udire gli spari e aveva gambe per venirmi a
cercare. Scorsi mezza dozzina di scalini dalla parte opposta della lavanderia,
un grezza ringhiera in metallo scadente e una porta in laminato sottile. Era
l’unica altra via d’uscita. Mi lasciai alle spalle telegiornali e lenzuola
ingiallite. Schiusi la porta senza acuti. Le luci erano basse e una sfumatura
da crepuscolo penetrava dallo spiraglio aperto. Mi gettai dentro con la glock
ma l’unico essere vivente presente non avrebbe più potuto fregiarsi di quel
titolo. Un uomo giaceva legato a una sedia.
L’arma del delitto era una mazza da baseball che in
quel momento giaceva in una pozza di sangue vicino a un giornale aperto sulla
pagina del fumetto di Capitan-mazza-da-baseball.
Non potevo fare più niente per lui. Nemmeno farlo
identificare dalla famiglia. Non aveva più una faccia. Chiunque fosse stato il carnefice
se lo era senza dubbio gustato. Oltre al vano caldaie c’erano le cucine
dell’hotel, un tempo efficienti e lustre. Provai ad immaginare come sarebbero
dovute essere nei progetti iniziali, con quale sfarzo e prestigio avrebbero
dovuto essere condotte. Erano ridotte a una pallida ombra di se stesse,
desolate e incrostate. Le attraversai velocemente facendomi condurre dalla logica
di quella che doveva essere la morfologia di una cucina professionale. Era
ampia, vasta e piena di stanze in cui perdersi facilmente tra acciai e celle
frigorifere. Fui persuaso di sbirciare dentro qualche congelatore per contare i
colleghi mantenuti sotto ghiaccio. Loro e qualche pesce piccolo sparito dalla
circolazione. Dovevo però rimandare il nascondino coi morti, lo sapevo. Uscì
dalle cucine e andai verso i montavivande della zona ristorante.
Un suono familiare, che le mie orecchie accolsero con
piacere anche fosse stato portatore di cattive notizie, giunse appena fuori
dalle cucine. Era ovattato ma riuscì a circoscriverne l’origine dietro due
grandi porte sulla mia sinistra. Una targa in ottone su un piedistallo di legno
bruno mi indicava, con l’ausilio di una freccia incisa, che ero nella direzione
giusta per il ristorante. Proprio là da dove si propagava il vociare. Mi fu
impossibile determinare il numero di invitati al banchetto anche se ormai non
faceva più differenza. È sempre solo una la pallottola che ti portava via.
Inutile preoccuparsi di tutte le altre: non erano che rumore di fondo.
Tuttavia, siccome mi trovavo un po’sotto tono, decisi
di affrontare quel round con un po’ di strategia. Sganciai la corda di velluto
verde sospesa tra il piedistallo su cui era appoggiato il menu del ristorante,
ormai impolverato e unto, e la parete tra i due ingressi della sala ristorante
così da fissarla attorno alla maniglia della porta. Mi ci piazzai di fronte e
con la Desert Eagle sparai quanto potevo in cinque secondi netti, come un
velocista. Tenni la mira ad altezza gambe con un’inclinazione tesa verso il
basso. Ero quasi certo che dall’altra parte non ci fosse una colonia di orfani
di Calcutta ma non ero altrettanto sicuro che non ci fossero innocenti.
In ogni caso avrebbero potuto reggere a un bello
spavento senza che mi restassero sulla coscienza. Terminato lo scatto mi
spostai oltre il secondo ingresso tenendo la testa bassa. Dopo un corollario di
santi, un coro stridulo di sedie e una rumba di passi scalpicciati, caricatori
sganciati e reinseriti, una bufera si abbatté sulle porte che avevo massacrato.
Sbuffi di fumo e trucioli di legno saturarono l’aria. La carta da parati del
muro di fronte si sbriciolò e alla grandine dei proiettili si aggiunse la neve
di cellulosa. Dalla potenza scatenata da quella perturbazione mi aspettai
almeno una mezza dozzina di uomini armati all’interno, ora intenti a
sforacchiare per bene un’ombra. Spalancai il secondo accesso facendo entrare
soltanto la parte superiore del busto, con attaccata la mia testa. Qualcuno
aveva appena cominciato a sospettare che si trattasse di un gioco di prestigio
per farli guardare da un’altra parte e un paio incontrarono il mio sguardo. Non
furono altrettanto astuti da schivare i miei proiettili. Caddero prima che gli
altri potessero fare caso alla porta spalancata alla loro sinistra e all’uomo
apparso sulla soglia. Come Ulisse poco prima della rivincita. Max Payne, al
cospetto di quella prova di abilità guerriera, riuscì molte volte a passare
attraverso più uomini con lo stesso proiettile. Tutti in fila, come ballerine
dell’opera di Parigi. Alla sbarra, un, deux, trois: BANG!
Prima che si accorgessero di me, la metà se n’era
andata al creatore quasi senza soffrire. Avevo cercato di essere misericordioso
ed ero andato per il colpo alla testa. Quando giunse il mio momento per
ricaricare ne rimanevano solo due in piena efficienza. Due e mezzo: il terzo
era vivo ma non troppo bellicoso. Raccolsi una magnum dalle mani di uno dei
primi che avevano tentato di venirmi in contro e ricominciai con lo stesso
ritmo e intensità con cui avevo iniziato. Il calibro della nuova
pistola aprì una voragine nei petti dei due e li respinse con violenza.
Il ruggito cavernoso degli spari spazzò dalla mia
testa ogni altro suono. Poi fu di nuovo silenzio. Ricaricai la beretta e la
Desert Eagle. Feci lo stesso con il grosso revolver, che avevo deciso di
tenere. Passai in rassegna i corpi cercando di depennare dalla conta chi
avrebbe potuto riconoscermi rovinandomi un gioco che già stava andando a
puttane. Certo, i media stavano rendendo inutile quello sforzo sbattendo la mia
faccia su tutti i canali e le reti locali, facendo passare il mio nome in
sovraimpressione nelle trasmissioni sportive e nei programmi di intrattenimento
e aggiornando di ora in ora il numero dei miei peli del culo. Riconobbi Joe
Rubini e Mathias Cullen, due figli di buona donna che si mantenevano a galla
con estorsioni e ricettazioni. Li avevo incontrati un anno prima durante la
pianificazione di un colpo all’aeroporto JFK. Erano rimasti fuori dalla
circolazione perché si erano fatti quasi undici mesi di reclusione per tentato
scasso e violazione di proprietà privata a Ryker’s Island. Il bello era che il
deposito valori non lo avevano visto nemmeno da lontano.
«Che cosa mi avete lasciato, ragazzi?» dissi
avvicinandomi all’unico tavolo non apparecchiato. C’erano risme di documenti,
cellulari ultimo modello e stilografiche. Per un momento temetti di aver
accoppato il consiglio di amministrazione di qualche multinazionale. Si erano
concessi anche del liquore di marca, per indossare fino in fondo il vestito
giusto. Un trabordante carrello di whisky pregiati era sopravvissuto alla
sparatoria, incurante di tutto. Pareva che aspettasse solo che qualcuno se lo
scolasse. Quell’apparizione, in effetti, aveva aumentato la mia salivazione e un
fastidioso prurito in fondo alla gola tentò di farsi strada. Qualcosa mi
distrasse al momento giusto. Ai due lati opposti del tavolo si fronteggiavano
due valigette. Identiche fino alla cromatura delle fibbie, era il contenuto a
renderle diverse: in quella più vicina a me se ne stavano a nanna dieci
mazzetti di banconote da cinquecento. Mi feci un rapido calcolo e sorrisi
pensando a che faccia avrebbero fatto le volontarie dell’ospizio di San
Cristoforo quando, aprendo la porta del convento, avrebbero Babbo Natale sotto
forma di tre milioni di dollari. La chiusi la valigia e la feci scivolare sotto
una delle tende in fondo al ristorante. Mi spostai alla seconda e alla gioia
del fare del bene si aggiunse l’euforia incontenibile. Mancò niente che
bagnassi i pantaloni.
Calmati, Max, sembra la prima volta che ti trovi di
fronte a una bella donna con tutte le cose al posto giusto che chiede solo di
essere posseduta come merita.
Ti ricordi ancora come si fa, agente Payne? Non fare
il timido.
Tre grossi cilindri di cristallo erano adagiati in
altrettanti stampi di gommapiuma scura, che li tenevano caldi e al sicuro. Il
liquido verde al loro interno rifulgeva di una sfumatura radioattiva. Era denso
e placido. Valchiria. Il mio Santo Graal, fonte di perdizione e rinascita.
Ecco che cosa avevo interrotto: una compravendita di
droga. Una partita così grossa da infettare la baia per settimane. Quella
Valchiria era pura al 99%, doveva ancora essere tagliata. Poche gocce in quella
concentrazione avrebbero colato dentro a chi l’avesse assunta tanti demoni
quanti ne contava l’inferno. I tossici che avevano fatto irruzione in casa
distruggendo la mia famiglia e la mia vita si erano affacciati all’anticamera
del delirio.
I diavoli che li avevano condotti alla mia porta non
avevano nulla di soprannaturale.
Il grottesco ha origine nella natura umana. E ciò che
umano può sanguinare.
Chiusi la valigetta e uscì dal ristorante. La nascosi
in un box antincendio, dietro le spire della lancia dell’estintore.
Con calma sarei ritornato a prenderla, insieme ai
soldi.
Qualche corridoio più tardi raggiunsi un ascensore. Il
fatto che fosse fermo proprio a quel piano mi sembrò un buon segno per salirci
sopra e farci un giro. Premetti il pulsante di chiamata e le porte si aprirono
con un lamento svogliato. Evitai di aggredire l’uomo che mi comparve davanti:
era già troppo malridotto e non me la sentì di infierire. Probabilmente non
avrebbe visto la fine di quella notte. E magari gli avrei fatto compagnia. Girai
così le spalle allo specchio e mi concentrai sulla pulsantiera. Un piano valeva
l’altro, per quanto ne sapevo, ma poi l’indicazione delle strutture annesse ai
piani mi aiutò a decidere. Dopo un lauto banchetto l’etichetta impone il
consumo smodato di cocktail esotici e acque brillanti rigorosamente francesi.


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