Mi accorsi che l’allarme sonoro collegato con la
polizia non era in funzione soltanto quando mi accostai alla porta blindata e
quello cominciò a martellarmi nelle orecchie. Da quel momento in avanti avrei
potuto rannicchiarmi in un angolo ed aspettare che arrivasse la cavalleria e li
spingesse verso l’unica via di fuga. Dietro di me, però, avevo lasciato
tramortiti i due scagnozzi che, ora che fossero arrivati i ragazzi in blu, avessero
capito con cosa avevano a che fare e avessero imbastito un negoziato, avrebbero
potuto riprendersi e infilarmi in un sandwich difficile da digerire. Tanto
valeva andarsi a cercare la gloria.
Al centro del secondo ambiente c’erano due lunghe
scrivanie con tutti i pulsanti che servivano ad aprire le porte blindate,
attivare allarmi silenziosi, interrompere i flussi d’aria a piacimento nei
depositi e nelle camere di sicurezza. Non ero al corrente delle misure
anti-rapina della Trust Federal Bank ma mi preparai al fatto che i rapinatori
avessero trovato un paio di fucili a pompa e tazer da spararmi in faccia.
Quello di cui ero certo era che mi stessero aspettando.
Le porte delle altre due camere blindate erano chiuse.
Feci saltare il monitor di uno dei computer che prima
di spegnersi sfrigolò per un’ultima volta. Una cascata di frammenti cadde oltre
il bordo del tavolo. Niente, nessuna reazione. Non una testa a fare capolino
oltre l’orizzonte del banco a guardare il tramonto. Persuaso che non si fossero
accorti delle mie attenzioni sparai direttamente al corpo delle scrivanie
all’altezza di dove uomini inginocchiati avrebbero avuto la testa e gli organi
vitali, certo che la Desert Eagle ne avrebbe attraversato il legno come burro.
Una misera manciata di colpi in sequenza furono quello che ci voleva per farli
incazzare. Sbucarono insieme dal nascondiglio facendomi piovere addosso quanto
più fuoco avessero. Riparai dietro il cardine d’acciaio della porta del caveau
aspettando che fossero costretti a ricaricare. Il che avvenne all’incirca un
minuto e mezzo dopo. Uno dei due aveva un fucile d’assalto AK47 mentre, dal
rumore, l’altro vomitava collera con un Remington calibro 12, un fucile a pompa
cattivo come pochi. Il fucile aveva già ricaricato tre volte ma dovetti
aspettare quello d’assalto per non essere segato a metà come una sequoia. Da un
minuto e mezzo li avevo persi di vista, potendo capire dove si trovassero
soltanto dalla direzione degli spari e dal frastuono, comunque sporcato
dell’eco tremenda del caveau.
Per quel motivo mi affacciai e sparai alcuni colpi
esplorativi prima di tornare a coprirmi. Quello col fucile a pallettoni non
perse la ghiotta occasione e mi sguinzagliò dietro un paio dei suoi cuccioli.
Risposi ma con il colpo di rientro riuscì solo a mancarlo di cinquanta
centimetri. Il fucile a pompa però era lento e ingombrante così, un attimo dopo
essermi riparato, rispuntai ricambiando il favore. Lo presi alla spalla, che
divenne una massa informe di carne trita. Nel frattempo l’AK47 era stato
ricaricato ed era tornato a suonare. Fu quello a distrarmi e a graziare il
rapinatore con il Remington. Dovetti gettarmi a destra, perdendo
definitivamente la protezione della porta e rimanendo in una landa desolata
senza ripari. Mentre quello con la spalla maciullata urlava lasciandosi cadere
di mano l’arma, all’altro non restava che falciarmi come una spiga di grano. E
ce l’avrebbe fatta se un bossolo non fosse rimasto bloccato a metà del
meccanismo di espulsione. L’uomo bestemmiò provando ad azionare il caricatore
ma io non ero per gli scontri alla pari e non aspettai che fossimo tutti
pronti.
Un colpo in
fronte, testa che veniva spinta con violenza all’indietro e un uomo che si
affloscia come un burattino a cui vengono tagliati i fili.
Mi avvicinai a quello ancora vivo allontanando il
fucile con un calcio.
Batsy Jones, il Papa.
Ed ecco che le rondini erano appena diventate due.
Batsy era così vicino a Lupino da esserne un’emanazione. Mi sputò addosso e io,
per ricambiare la cortesia, gli affondai il tallone nella spalla. Ne fu così
contento che perse i sensi. Sorrideva, ma poteva anche trattarsi di una smorfia
di dolore. In quel casino, con l’allarme che urlava a tutto spiano e il suono
degli spari che rimbombava ancora da un orecchio all’altro mi stupì di sentire
il telefono squillare.
Chi poteva essere? Il fattorino della pizzeria?
Seguì la fonte dei trilli e girai attorno alla console
di controllo. Trovai il telefono e risposi:
«Dal vivo. Direttamente dalla scena del crimine.»
«Chi parla?»
«Posso saperlo anch’io?»
«Viceprocuratore Jim Bravura della polizia di New
York. Dovete interrompere ogni attività criminale e arrendervi immediatamente.»
«Certamente Jim. Ne ho parlato coi ragazzi e siamo
tutti molto dispiaciuti. Non lo rifaremo più.»
«Chi diavolo sei?»
Trovarsi invischiato in una rapina in banca non
avrebbe certo giovato alla mia reputazione così riappesi cercando il modo di
uscire da lì. Di fronte a me, accanto alle porte dei depositi aurei, c’era una
camera blindata contrassegnata dalla lettera “C”. Gli amici stesi a terra mi
avevano già risparmiato la fatica di aprirla. Non potevo andarmene senza
conoscere il motivo di quel casino.
Al centro della stanza campeggiava un tavolo di vetro
su cui c’erano due cassette di sicurezza, vuote, e il loro contenuto sparso sul
piano. I rapinatori non avevano avuto il tempo di prenderlo per colpa della mia
intrusione. Erano incartamenti azionari. Li studiai per qualche secondo. Si
trattava della AESIR Corporation. Il successo di cui stava godendo in quei
giorni veniva decantato ogni minuto sulle reti televisive nazionali e nelle
principali testate finanziarie del paese. Dato che non potevo star lì a
gingillarmi troppo, o mi sarei trovato presto nelle docce di Rikers Island a trastullare
un nerboruto e irascibile compagno di cella, lasciai i titoli azionari e passai
in rassegna la stanza.
Dietro al profilo del tavolo, avevano abbandonato un
borsone di tela. Attraverso l’apertura spuntava una grossa scatola di latta con
un paio di bei bottoni incoronati da una lucetta rossa. Sotto la scatola
intravidi dei panetti di C4, come nella cornucopia del provetto terrorista.
Quello aveva tutta l’aria del detonatore mancante alla porta d’acciaio nell’ala
dismessa della metropolitana. Probabilmente si trattava di quello di scorta,
nel caso in cui al primo fosse successo qualcosa. Quel qualcosa in effetti era
successo: Max Payne.
Raccolsi la scatola magica e lasciai
l’esplosivo alla polizia che stava per soffiare e sbuffare e fare irruzione nel
caveau. Non avrei potuto uscire illeso dalla banca, né era saggio tentare la
sorte ripercorrendo il sentiero di molliche di morti male che avevo lasciato
nella metro. Non mi sembrò una così brutta idea riciclare il piano degli amici
con il passamontagna e la passione per le scalate in borsa. Tornai nel deposito
da cui ero venuto e raggiunsi la porta scavalcando i due sopravvissuti. Quello
con le mani di pasta frolla che aveva fatto cadere il primo detonatore stava
rinvenendo ma il mio tallone ribadì il concetto spiegandoglielo tra lo zigomo e
la tempia. Piazzai il detonatore e collegai i fili all’innesto del C4, regolai
la manopola del timer su dieci secondi e feci partire il conto alla rovescia.
Il led si accese, rosso come l’estremità dell’ultima sigaretta di un condannato
a morte, e mi fissò, forse domandandosi che ci facessi ancora lì. Mossi il
culo, afferrai per la giacca un rapinatore e per il fondo dei pantaloni l’altro
e li trascinai con me a distanza di sicurezza.
Intanto un BIP BIP usciva dalla scatoletta e se prima
aveva cominciato con moderazione, nel giro di pochi istanti aveva iniziato una
corsa frenetica fino a che fu impossibile distinguere un BIP dall’altro. Abbassai
la testa, per istinto, ma lo spostamento d’aria dell’esplosione mi avviluppò la
giacca attorno. Quando il fragore raggiunse il culmine fui costretto a
inginocchiarmi. Fu come una pugnalata nel cervello. Negli spazi chiusi e con
molta eco era consigliato evitare rumori eccessivi.
Purtroppo per me, non avevo degnato di uno sguardo il
foglietto illustrativo.
La temperatura raggiunse il calore giusto per
immaginarsi come sarebbe stato essere cremati vivi. Poi l’esplosione si
disperse, risucchiata dalla nuova geometria del posto.
Quando tutto tornò tranquillo mi guardai oltre la
spalla. Un fumo nero e denso ingombrava la vista e il respiro. Mi protessi gli
occhi con la mano sapendo che avrebbero bruciato lo stesso. I polmoni si
riempirono di cenere, polveri e sostanze chimiche altamente nocive. Le spinsi
fuori da me con un paio di secchi colpi di tosse mentre avanzavo nella
fuliggine. Che uomo!
Trovai un varco e la nebbia si diradò a poco a poco.
Ero di nuovo nella metropolitana. Bell’affare davvero.


Nessun commento:
Posta un commento