«Tenersi pronti: 10.10. Aesir Plaza.»
«10.4 centrale. Confermare indirizzo.»
«Aesir Plaza.»
«Colpi d’arma da fuoco sul tetto del
palazzo.»
«È in corso un assalto a Aesir Plaza.
Ripeto: assalto in corso!»
«15.85 centrale. Servono dei rinforzi.
Servono subito altre unità! Agente in pericolo. Agente in pericolo!»
«10.05. Confermare. Agente in pericolo. A
tutte le unità...»
Erano tutti morti.
L'ultimo colpo fu come il punto
esclamativo a chiusura di tutto quello che era successo. Allentai la presa sul
grilletto.
Era tutto finito.
Perché la cosa avesse senso bisognava
tornare indietro di tre anni, fino alla notte in cui ebbe inizio il mio tormento.
Ero ancora in servizio nella polizia di
New York allora. Manhattan, distretto Midtown Nord, Hell's Kitchen.
«Quando ti deciderai a lavorare per me,
detective Payne?» Alex Balder era passato alla DEA da qualche mese e cercava di
convincermi a raggiungerlo.
«Chissà in quale girone dell'inferno mi
ritroverei. Mi spiace Alex: la mia famiglia viene prima. Vedi? La mia ultima
sigaretta. Non fa bene alla bimba.»
«Ecco il mio vecchio Max: cuore da
boyscout.»
«Ci vediamo Alex.»
«Giochi sempre a poker il venerdì sera,
vero?»
«Mi piace rubare le caramelle ai bambini.»
salutai.
Il mio turno, per quel giorno, era finito.
La
vita mi sorrideva. Il sole al tramonto di una sera d'estate. L'odore
dell'erba appena tagliata. Le risate dei bambini che giocano. Una casettina
nel New jersey, Al di là del fiume. Una bella moglie e una bimba incantevole.
Il sogno americano divenuto realtà.
«Ciao! Sono tornato.» rincasai.
I
sogni, però, possono trasformarsi all’improvviso in incubo senza il minimo
preavviso. Il sole aveva concluso il suo cammino mentre l'oscurità si faceva
spazio nel cielo, come in un tetro presagio.
«Michelle?! Tesoro? C’è nessuno in casa?»
Lo
spettacolo non mi piacque fin dall'inizio, anche se mi avevano dato un posto in
prima fila.
«Cosa diavolo?!»
Qualcosa di sinistro e orribile era stato
disegnato sul muro: una siringa. Un oggetto impregnato di significati
diabolici.
Mi attaccai al telefono.
«Aiuto! Qualcuno è entrato in casa mia.
Chiamate la polizia!». Ero a un passo dal panico.
«Sto parlando con casa Payne?»
«Sì, qualcuno si è infiltrato in casa mia!
Sono ancora qui, dovete aiutarmi!»
«Spiacente, non posso esserle utile.»
La voce riappese lasciandomi con
l’attrezzo in mano.
«Ma chi parla? Pronto!»
Imprecai spazientito e incredulo e quasi
spaccai la cornetta rimettendola a posto.
Estrassi la pistola d’ordinanza e trovai
un sentiero in quel groviglio di ansie opprimenti che mi toglievano il fiato.
Quello che doveva essere un nido caldo e sicuro si era trasformato in un dedalo
minaccioso e oscuro.
Quando entrai nella camera gli intrusi
erano ancora dentro. Il corpo di Michelle era riverso sul letto. La culla non
dondolava più placida a raccogliere i sogni di mia figlia. Era riversa a terra.
Un fagotto era avvolto in un lenzuolino azzurro.
«NOOOO!»


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