Ci fu una nuova esplosione. Luce, non fuoco. Era una
granata stordente, di quelle in dotazione ai corpi speciali ed era anche
l’ultimo avvertimento per ricominciare a muovermi.
Sentendo il tintinnio di una seconda mi smarcai nella
direzione opposta. Il corridoio faceva una curva e poi si diramava in una serie
di locali incastonati uno nell’altro, come una serie di scatole cinesi. Fuori,
la voce di Bravura continuava ad esortarmi perché uscissi, smettessi di giocare
e tornassi a casa da mamma che era tanto preoccupata. Mentre mi rassicurava che
non ci sarebbero state altre conseguenze se non andare a letto senza cena,
aveva liberato i cani.
Continuai a correre quando mi accorsi del rullio di
anfibi e del crepitio delle ricetrasmittenti. Ce li avevo attaccati al culo. Non
mi girai per la conferma.
Mi trovai la strada sbarrata: una porta chiusa da un
grosso lucchetto. Capolinea.
Se si fosse tratta di una delle decine di porte lì
attorno, tarlate e avvizzite, ci sarei passato attraverso senza battere ciglio.
Ma ciò che interruppe il mio slancio fu il suo non essere in sintonia con
l’ambiente: rigogliosa come l’erezione di un ventenne, strafottente sui suoi
cardini nuovi, agganciata al suo lucchetto forgiato nel fuoco degli Dei. Immobile
a fissare un uscio blindato invece che cercare una via di fuga, trovai
l’ispirazione per controllare dove fosse la SWAT. Ancora nessuno. Io mi ero
gettato nel cuore dell’edificio senza preoccuparmi di cercare i mostri nascosti
sotto i letti e le streghe appartate negli angoli. Loro avevano ragioni per
essere più cauti e più lenti. Ma presto sarebbero arrivati. Arrivavano sempre.
Coprendomi il viso sparai al lucchetto e quello lasciò
andare la presa. Entrai e mi chiusi la porta alle spalle anche se lo sparo li
avrebbe attirati sulla mia posizione.
Ero finito in un piccolo studio ricavato da quello che
doveva essere stato un ripostiglio per scope. Tutto lo spazio era occupato da
una scrivania e una scomoda sedia di legno. Più che un ufficio sembrava la
cella di una prigione.
Che utilità avesse con tutto un palazzo a
disposizione, non riuscì a spiegarmelo subito e, detta fuori dai denti, me ne
dimenticai presto. In cima a un’ammucchiata di carte, shottini di vodka che
lasciavano cerchi liquorosi sul legno, tracce di polvere bianca come neve sui
bordi del tavolo accanto a lamette da barba arrugginite e un corredo di
proiettili blindati perfetti per la magnum, svettava la grafia nervosa di
Vinnie Gognitti.
Leggendo, tutto cominciò ad avere senso: le bombe e
l’apparizione del capobanda russo in persona.
Gognitti non si smentiva: tante parole, niente fatti.
“Dopo il nostro attacco, ai russi non sono rimasti che
un paio di uomini, che possono anche essere comprati. Non avranno il coraggio
di tentare qualche scherzo.”
E invece i russi, di fegato, ne avevano da vendere.
Una cosa era sicura: a forza di tirarla, prima o poi la corda si spezza.
Sullo scaffale di fronte a me, l’occhio cadde su un
mazzo di chiavi con una targhetta che recitava “scale” e nient’altro. Non era
un’informazione molto specifica ma c’era caso che trovassi il modo di
sfruttarle. Me le infilai in tasca mentre il megafono di Bravura riprendeva la
litania:
«Arrenditi o saremo costretti a venirti a prendere con
la forza!»
Nel frattempo sentivo respirare le squadre speciali
fuori dalla porta. Era come il sussurro di un amante all’orecchio della donna
desiderata. Io dovevo concedermi, contento di farlo. Quasi onorato che avessero
scelto proprio me.
«Questa passera ve la dovete sudare, ragazzi.»
Salì sulla scrivania e mi allungai verso la maniglia
del lucernaio. Feci forza e l’aprì. Lo spiraglio mi sputò in faccia uno
schiaffo di vento gelido. Il lucernaio era largo all’incirca una ventina di
centimetri e lungo altrettanto e io avevo dimenticato la vaselina negli altri
pantaloni. Sarebbe stato uno spettacolo se la squadra SWAT fosse entrata mentre
metà del mio corpo cercava di aggrapparsi alla grata che correva parallela a una
delle scale antincendio esterne, e l’altra scalpitava culo all’aria per non
rimanere appesa come uno stronzo a metà del buco del culo. Far passare le
spalle, soprattutto quella con un foro di proiettile grande quanto la testa di
un bambino, fu la cosa più difficile. Mi ammaccai le ginocchia e vidi le stelle
quando gli stinchi litigarono con lo spigolo della finestra. Mi incazzai quando
per una frazione di secondo una mano perse la presa sull’inferriata. Qualche
divinità aveva probabilmente deciso che mi avrebbe fatto cagare tutti gli
oltraggi del genere umano. Ma non avevo intenzione di lasciare le cose a metà
prima di andare a rompere il culo a qualche leggendario dio del Walhalla.
Nel momento in cui gli agenti buttavano giù la porta
io mi lasciavo cadere dall’altra parte. Un metro e mezzo più in giù le dita si
serrarono attorno alla ringhiera della scala antincendio, come un provetto
ragazzo meraviglia dei fumetti, calzamaglia e rumors su una presunta
omosessualità a parte. Le gambe si dibatterono nel vuoto finché non trovai le
forze per tirarmi su. Resistetti alla tentazione di fare un cenno di saluto
all’agente che mise il naso fuori dal lucernaio per verificare dove mi
trovassi. Presi un respiro profondo e raggiunsi il piano superiore. Anche lì le
bombe avevano raso al suolo tutto. Sembrava di stare all’interno di un edificio
minato nell’ex Jugoslavia. Le pareti erano scarnificate, le porte divelte e le
porcellane dei cessi sbriciolate. Per l’infiltrazione dell’acqua fuoriuscita
dalle tubature sfondate, sotto la moquette il pavimento aveva iniziato a
coprirsi di gobbe. I frequenti cortocircuiti avevano avuto la meglio sui
fusibili e una cappa di buio era distesa placida sull’intero quarto piano. Le
scale interne c’erano ancora ma il pavimento era crollato, precipitato fino a
terra. La voragine era larga più di quattro metri. Prima di saltare, a me
stesso dissi che erano meno.
«Merda!» una parete di detriti mi si schiantò davanti
quando già mi vedevo salire al quinto con la grazia di una ballerina.


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