L’atterraggio mi spremette la gabbia toracica e il
lamento che seguì non ebbe quasi nulla di umano. Ci fu anche uno scricchiolio e
sperai che non provenisse da me.
Battei le palpebre ripetutamente per mettere a fuoco
la vista; vidi il buco frastagliato nel lucernaio dieci metri sopra di me.
Avevo fatto un volo spettacolare e il pavimento, miracolosamente, aveva
attutito parte dell’impatto. La superficie su cui ero disteso accoglieva
perfettamente la curva della mia schiena. Non avevo paura di muovermi e lesionarmi
irrimediabilmente il midollo spinale. Ero in grado di rompere il culo ai
Puncinello anche su quattro ruote a spinta e il culo infilato dentro una
padella di alluminio. Cacare e sparare, me lo sarei fatto incidere sul
distintivo.
Mentre qualcosa aveva cominciato a scorticarmi il
costato vidi che non ero finito sul pavimento ma su un tavolo, ora solcato da
una profonda spaccatura longitudinale. Il posto era un ex-magazzino pieno di
casse impilate alla bell’e meglio e da alti soffitti, che avevo verificato personalmente.
Sotto la mia gamba sinistra c’era una valigetta nera dalle fauci spalancate. La
metà superiore si ergeva dritta e rigida tra le mie gambe. L’incavo del
ginocchio e il tallone avrebbero iniziato a pulsare nel giro di qualche minuto
avendo battuto violentemente contro i bordi della valigia aperta. Mi tirai a
sedere per un check accurato. Non avevo tagli profondi. Una stalattite di vetro,
che il vento faceva dolcemente oscillare, pendeva sopra la mia testa.
Sarebbe stato catartico restare là sotto ad ammirare
quello spettacolo ma indugiare ancora avrebbe potuto portarmi qualche fastidio.
Cacciai la mano dentro la valigetta e trovai un
mucchio di bei dollaroni. Sperai tanto che fossero per l’addio al celibato di
qualcuno ma non conoscevo nessuno così generoso da infilare nei tanga banconote
da duecento dollari in su.
Ma forse ero io ad aver sempre frequentato la gente
sbagliata.
Scesi dal tavolo e per poco non finì sbattuto a terra
un’altra volta. Una sostanza verde di mia conoscenza si stava espandendo
lentamente sotto i miei piedi. Rotolato fino ad una fila di casse, un
cilindrone di vetro dalla pancia spaccata.
Ops, colpa mia.
Perlustrai il magazzino, scrollandomi la testa dalla
febbre e i vestiti da vetro, sangue, schegge e mie stronzate personali.
Il posto era vuoto ma visto il tesoro che custodiva
non lo sarebbe rimasto ancora per molto.
Quello stronzo di Gognitti non aveva scelto un posto a
caso per saltare giù dal treno. Doveva trattarsi di un altro dei covi
dell’organizzazione.
La porta di accesso era chiusa dall’esterno. Pensai
che, se c’era qualcuno nell’edificio, il mio modesto numero da circo non poteva
essere passato inascoltato. Ma era solo una supposizione e io avrei potuto
rimanere là dentro anche l’intera nottata.
Scartai quasi subito l’idea di abbattere la porta
scaraventandomici contro: la puttana si apriva verso l’interno. Mi decisi a far
saltare i cardini e scelsi con cura la Magnum. Un foro più grande mi avrebbe
permesso di prendermi una buona porzione del muro e una della porta. Quello che
c’era in mezzo, il cardine, non sarebbe stato altro che storia passata dopo
quello che gli avrei fatto. Il cane era già a metà della corsa, con il cilindro
che gli esponeva il culo del proiettile quando un forte bussare mi distrasse.
«San Pietro, sei tu?» chiesi.
«Chi c’è? Chi è là?»
«Mi avete lasciato qua mentre andavate a sbattervi le
vostre gallinelle!»
«Sei chiuso là dentro? Da quanto tempo?»
«Abbastanza da riempire uno di quei cilindri fino
all’orlo, bello!»
Non sapevo se il mio interlocutore fosse stupido o io
troppo convincente ma la serratura iniziò a suonare una melodia di libertà.
«Dai, non ne posso più!» lo incitai preparandomi a
sparare.
«Cristo, aspetta un momento! Che poi non capisco
proprio come…»
L’uomo aprì la porta continuando a parlare e si trovò
la mia pistola a solleticargli la punta del naso.
«Te lo spiego io.»
«Ehi, un momento! Un momento!» l’uomo proiettò mani e
braccia sopra la testa come se un burattinaio invisibile avesse mosso il
rocchetto verso l’alto. «Io non c’entro niente, signore!»
Non mi aveva ancora guardato in faccia perché
seguitava a fissare l’occhio nero del revolver.
«E cosa sarebbe questo niente in cui tu non
c’entreresti?»
«Quello che fanno i tizi che hanno comprato questo
magazzino. Io sono solo il custode!»
«Bella scusa ma non incanteresti nemmeno mia nonna. Io
sono la fatina buona dei custodi di magazzini in mano alla mafia e non ricordo
di averti mai sollazzato con un gioco di bocca. Ti restano tre secondi per
dirmi chi cazzo sei. Uno…»
A quelle parole, lo stesso burattinaio invisibile
decise di mollare armi e bagagli, rocchetto compreso e scappare in preda ad un
attacco di panico. Il custode cadde in ginocchio e scoppiò a piangere. Lacrime
copiose e un pianto singhiozzante.
«Accenno ai lavori di bocca e subito ti torna il prurito?»
Il tipo aveva all’incirca una sessantina d’anni e non
aveva l’aria di un corruttore di anime innocenti.
«Non mi tira con questo freddo, mi dispiace nonno. È
un tempo da plaid, cioccolata in tazza e tante coccole. Alzati.» gli dissi
allontanandomi di qualche passo e abbandonando la pistola.
«Oh, grazie, amico.» disse rialzandosi dopo un istante
di titubanza.
«Asciugati il moccio, su. Hai superato la prova. Sei
appena entrato a far parte dell’ordine dei custodi di Droga. I miei complimenti.»
«Vaffanculo, amico, okay?!»
«Come desideri ma mentre vado potresti dirmi come
raggiungere il tetto? Sono quasi convinto di non riuscire a fare la stessa
acrobazia in risalita.» Gli indicai il lucernaio. La neve aveva iniziato ad
accumularsi nella conca del tavolo. «Dì che è stato un piccione.» Gli strizzai
l’occhio, avendo intercettato nel suo sguardo una nube fitta di risposte a
domande che riguardavano la droga sul pavimento e la nuova presa d’aria sul
soffitto.
Dietro l’angolo poi, in fondo, la porta antipanico,
furono le indicazioni del custode. Non espresse il desiderio di mostrarmi la
strada. Prima si fosse liberato di me, meglio sarebbe stato. Meglio ancora se
lui si fosse trovato più lontano possibile dal magazzino. Non gli dissi che sarebbe
stato se gli uomini di Lupino avessero trovato la porta chiusa al loro ritorno.
Sperai che se ne ricordasse.
Percorrendo il lungo corridoio il jingle delle
Breakin’ News fece capolino da un uscio semiaperto.
«Max Payne ha ormai le ore contate. Siamo molto, molto
vicini alla sua cattura. Avrà un rapporto dettagliato, ma adesso mi scusi: ho
da fare.»
«È tutto quello che siamo riusciti a strappare a Jim
Bravura, vice procuratore della polizia di New York.»
Bravura faceva parte dei buoni. Era il destino che ci
aveva reso rivali. Ma quando parlava della mia cattura era decisamente fuori
strada: avevo seminato i suoi agenti un paio di tetti prima. Almeno per il
momento.
Trovai la porta e raggiunsi il tetto. Là feci
attenzione a non rimettere un’altra volta il piede in fallo e ritrovai le
tracce di Vinnie. Con tutto il sangue che aveva perso, in corpo dovevano
esserci rimasti solo i vapori.
Saltai sul tetto del palazzo adiacente, distante un
metro e mezzo, come una bambinetta che gioca alla settimana. Mi sembrò di
sentire bussare con insistenza ma non vidi nessuno finché l’orizzonte non mi
rivelò Gognitti che tempestava di pugni una porta di servizio, bestemmiando
perché nessuno era ancora corso ad aprirgli. Tirava e spingeva la maniglia in
preda a un disperato isterismo.
Faceva un freddo del diavolo quella notte, eppure
Vinnie Gognitti sudava copiosamente. Era il suo corpo che reagiva allo choc di
un fisico sempre più scompensato (e inutilmente correva ai ripari mettendo un
cerotto su una diga ormai tracimata).
Quando si appoggiò alla porta per arrendersi alla sconfitta
e tirare qualche rantolo che riuscisse a farlo ripartire, vedendomi mi
affrontò:
«Payne, ti ucciderò, maledetto poliziotto!»
Quando tentò di sollevare il fucile non fui più tanto
magnanimo da lasciarlo fare. Quella volta l’indice e il medio di Vinnie
saltarono, sparpagliandosi a terra come bastoncini di Shangai. La canna
dell’arma picchiò secca sul pavimento. Vinnie si piegò sul lato di quella nuova
ferita e si accasciò senza fare un ultimo passo.
Non che non ci provò, ma non ci riuscì.
I vapori delle canne fumarie davano l’impressione che
ci fosse l’inferno a bruciare sotto di noi.
Era l’ora delle confessioni.