Scavalcai i due begli addormentati e appoggiai la mano
libera sul lembo di quel gigantesco squarcio nel muro. Le dita si impastarono
col nero pece della combustione e le narici si riempirono dell’odore pungente
dell’esplosivo brillato. La parete aveva uno spessore di circa tre metri ed era
per quello che poco prima non avevano raso al suolo tutto. Oltre la polvere,
perlopiù depositatasi a terra, mi trovai in quella che doveva essere una delle
camere di sicurezza della banca. Una grata d’acciaio mi avrebbe diviso dal
corridoio e dalle altre celle, gravide di fottuti lingotti d’oro massiccio
impilati in sontuose piramidi tronche, se non fosse stata sradicata con forza
con il muletto abbandonato in fretta e parcheggiato alla bell’e meglio. Avanzai mentre cercavo le prove della
presenza dei rapinatori oltre il lungo corridoio. Uno di loro si
stagliava nella sagoma circolare di un enorme porta blindata, aperta come le
gambe di una bella donna. L’uomo, che aveva notato con la coda
dell’occhio un movimento dalla mia parte, si voltò a controllare costringendomi
ad arretrare di qualche passo.
Non mi sparò addosso perché non aveva visto abbastanza
da essere sicuro che non fossi uno dei suoi, affacciatosi a sbirciare il lavoro
dei colleghi. Fu per quel motivo che scandì un paio di nomi avanzando verso di
me. Dall’accento sembrava ucraino, e uno di quelli che chiamò doveva provenire
anch’esso dall’Europa dell’Est.
Con il mio stringato frasario di russo gli risposi con
un “sì!” [DA!] provando ad imprimergli la corretta inflessione. Intento
a prendere in considerazione quell’intuizione, poi diventata dubbio, l’uomo abbassò
il mitra per una frazione di secondo. Non me ne sarebbero serviti di più.
Feci fuoco con la pistola d’ordinanza.
I proiettili penetrarono dolcemente nel suo petto,
inghiottiti da un lingua di sangue scuro. Ebbe il tempo di mandare un gemito,
poi il corpo senza vita scivolò a terra imbrattando di sangue la parete.
Avevo dato il via alle danze. Dalle fauci spalancate
del caveau spuntarono nell’arco di una ventina di secondi altre due teste,
seguite in successione da spalle, torsi e bastoni di tuono.
Vedendoli così in tiro e tutti eccitati anch’io mi preparai al dopocena: la
macchina di papà, le raccomandazioni di mamma e i consigli di zio Sam,
interamente blindati.
Passai la beretta nella mano sinistra e accolsi
l’impugnatura d’avorio della Desert Eagle. Maggiore potenza di fuoco, più lavoro
per le donne delle pulizie. Quelli cominciarono ad alternarsi nei convenevoli
sparandomi addosso con educazione senza sovrapporsi, chi con un ruggito di UZI
e proiettili, chi con qualche fucilata di riscaldamento, tanto per tenermi
buono dove mi voleva; chi mirando con precisione a farmi fischiare le orecchie,
mancando quello che c’era in mezzo di proposito e godendo nel fare in modo che
lo notassi. Sollevai le braccia e mirai ai bersagli grossi avanzando tra
raffiche di piombo rovente e imprecazioni. Un paio anche del sottoscritto. Forti
del loro numero fecero lo stesso, convinti che non sarei arrivato nemmeno a
metà del corridoio.
Il mondo iniziò a muoversi a rallentatore. Un dolce e
lento rollio. Certamente era per l’adrenalina che il cuore allo spasmo mi
pompava in corpo. La mia gamba sembrava sollevata da almeno venti minuti e il lampo della polvere da sparo un fuoco fatuo a cinquanta
centimetri dalla mia faccia.
I pensieri si inseguivano come i foulard dal taschino
di un mago ma la scena era sospesa nel tempo e nello spazio, senza nessuna
fretta di proseguire. Potei osservare con calma i due i due uomini, i
particolari dei loro volti, il sudore lungo le loro tempie, il sudiciume del
colletto della camicia di flanella di quello che imbracciava il fucile, il
riflesso del ponte d’oro sull’arcata superiore del rapinatore con la pistola
che aveva così a cuore la mia testa di cazzo da volerla avere come souvenir per
la mensola del suo soggiorno.
Ebbi tutto il tempo di sparare e di godermi la vista
del sangue che schizzava via dai loro corpi quando i proiettili di grosso
calibro della Desert Eagle li passavano da parte a parte o quelli della Glock
che colpivano come pugni e che restavano dentro per farli sanguinare a dovere.
Vidi cadere quegli uomini come birilli prima ancora che io avessi terminato il
salto e mi trovassi disteso a terra con le pistole pronte a un altro round.
Cercai di ricordarmi quanto tempo era passato
dall’ultima volta che avevo bevuto come un drago e se in qualche modo potessero
trattarsi di postumi a scoppio ritardato. Lo dubitavo, da quando avevo
cominciato il lavoro sotto copertura c’avevo dato un taglio con la bottiglia e
con le confezioni di birra da sei formato superbowl. Certo, dopo la morte di
Michelle e Rose avevo avuto i miei momenti difficili ma non avevo fatto un
torto a nessuno se non a me stesso. Il sapore metallico della canna della mia
pistola nel mattino uggioso di quella cupa domenica mi costrinse a guardare il
fondo del bicchiere e il vuoto che era la mia vita. Capì che non mi restava
altro che la vendetta, e non mi avrebbe abbandonato facilmente. Il
giorno seguente, dopo una corpulenta dose di caffè avevo presentato domanda per
la riammissione al servizio attivo e due mesi dopo la vita da vedovo
alcolizzato con la propensione al suicidio era finita.
Non mi sarei stupito se le alterazioni sensoriali che avevo
appena vissuto non fossero riconducibili a qualche danno cerebrale dovuto
all’abuso di alcol durante l’elaborazione del lutto. Ci avevo dato dentro così
tanto che per poco non ero scoppiato a ridere in faccia al medico quando, dopo
il check-up approfondito a cui mi sottoposi prima del reintegro, mi aveva detto
che il mio fegato mi sarebbe sopravvissuto ma era il resto di me a spaventarlo
a morte. Cervello in pappa o no, se aiutava a restare vivi e uccidere gli
uomini cattivi era da stupidi lamentarsi.
Mi tirai su ricordandomi che quello che avevo
tramortito mi aveva parlato di cinque amici e che quelli stecchiti nel caveau
erano solo tre. Altri due mi aspettavano e a quel punto sapevano che non ero un
leprecano in cerca dell’arcobaleno.


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