Strofinai la nuca nella neve per scoraggiare la febbre
che sentivo avanzare. Dopo quello che fu un lungo minuto di riposo mi tirai a
sedere, la schiena appoggiata al muretto, le pistole fumanti accanto a me, in
mano il flacone di aspirine che si svuotava a vista d’occhio. Una, due, tre
pilloline della felicità sparirono in gola.
Cercai di avvistare Vinnie. Niente da fare. Ero stato
troppo lento a sopravvivere. Mi toccava di nuovo seguire il sangue dentro quel
sentiero oscuro, gelido e frondoso.
Un attimo ancora, però, Max.
Vinnie non sarebbe rimasto senza sangue almeno per
un’altra mezz’ora e non avrebbe trovato un medico almeno per il doppio. Potevo
concedermi qualche altro istante di vacanza.
Istante che terminò bruscamente quando, sospinto di
qua e di là dal vento, non scorsi una pallina di carta zuppa d’acqua e sangue.
Era a pochi metri da dove Gognitti si era calato giù.
Mi allungai prima di perderlo per una folata più convinta. Ignorando gli
acciacchi lo srotolai. Si trattava di una lettera che Gognitti aveva scritto di
proprio pugno ma che non aveva avuto il coraggio di terminare.
“Jack è andato fuori di testa. Ieri ha sparato a Dino
solo per il gusto di scoprire come il cervello sarebbe schizzato sulla parete.
È un serio pericolo tanto per i nostri quanto per il nostro business.”
Gognitti viveva nell’incubo mortale del suo diretto
superiore. Jack Lupino era uno psicopatico. Immaginai Vinnie correre
terrorizzato. Sapeva dove trovare il suo capo e io avevo un conto in sospeso
con Jack Lupino. Gognitti non avrebbe perso tempo. Non so per gli angeli, ma
per gli uomini è la paura che mette le ali.
La piantai di poltrire e di buona lena mi rimisi in
marcia. Scesi per due rampe della scala antincendio, dopodiché Vinnie aveva
deciso di darsi al parkour perché le tracce proseguivano sul tetto adiacente,
qualche metro più in basso. Se c’era riuscito un esagitato, nevrotico come lui,
tenuto assieme da massicce dosi di stupefacenti e ansie, io avrei potuto
arrivarci anche volando su una scopa. Atterrai rotolando sulla spalla sana. La
neve attutì la caduta raccogliendosi in una cunetta che mi fece da cuscino.
BLAM!
Un fucile a canne mozze crepitò troppo vicino.
Lontano, il ritmo rassicurante della ferrovia si
mescolò al sibilo del vento.
Alzai lo sguardo ed eccolo là: Gognitti aveva fatto
ancora meno strada di quanto avessi immaginato. Non avevo considerato che
avesse come zavorra un fucile come quello. Aveva aspettato che fossi stato a
tiro, sapendo di non poter fuggire abbastanza in fretta. Ma era stato troppo
precipitoso e mi aveva mancato di mezzo continente.
«Dove te ne vai senza salutare? Non è carino!»
Vinnie rispose mandandomi a farmi fottere. Correva
scomposto come un autistico in preda a un attacco di quelli seri.
«Ti sei di nuovo ficcato un criceto su per lo
sfintere, Vinnie? Non potevi aspettare di arrivare a casa?»
BLAM!
Di nuovo il piombo sparì nel vuoto. Per spararmi
Vinnie aveva compiuto una parziale torsione del busto ma con quella presa
incerta, il rinculo gli aveva strappato l’arma dalle mani e slogato la spalla.
Gridò di dolore, bestemmiò e proseguì.
A separarci, una trentina di metri. Avrei potuto
fermarmi, inquadrarlo nel mirino con tutta calma ed estirparlo come un’erbaccia
da questo mondo dannato una volta per tutte. Peccato che avessi bisogno di lui
per arrivare a Lupino.
«Non credi che sarebbe più pratico se ti fermassi? Sei
pericolosamente vicino al cornicione.»
«Quello che credo sarebbe meglio, pezzo di merda, è
che tu ti piantassi quella tua bella pistola dentro quella bocca piena di
spirito e te la facessi saltare. Ha già fatto troppi danni, per i nostri
gusti!»
«Sicuramente meno di quanti ne avrebbe fatti tua madre
se quella notte con tuo padre si fosse limitata a usare solo quella!»
«I tuoi insulti non mi toccano, sbirro. Mia madre era
una puttana!» disse sollevando ancora il fucile, tenuto fino a quel momento
appeso mollemente al braccio lungo il fianco. Ovviamente fui più veloce. Quando
gli bucai lo stomaco si piegò in due.
Il proiettile di Vinnie si sprecò a un metro dai miei
piedi. Si era condannato da solo a quella fine ma non per quello persi il mio
ottimismo: c’era tempo da lì alla sua dolorosa morte perché confessasse i suoi
peccati e mi dicesse dove trovare Jack. Lo avvicinai senza abbassare le
pistole.
Ero a un paio di metri quando i suoi occhi vacui
ebbero un guizzo di lucidità e la testa scattò all’indietro. Contemporaneamente
le gambe cedettero e il corpo si fletté verso il ciglio. Lo vidi cadere ma non
mi mossi abbastanza in fretta per prenderlo. Vinnie non aveva perso
l’equilibrio, si era deliberatamente gettato nel vuoto. Salì sul cornicione in
tempo per sentirmi uno stronzo totale: Gognitti era saltato sul tetto del treno
della metropolitana in corsa e ora si trascinava carponi lasciando dietro di sé
una larga bava rossa. Si era fatto dare un passaggio e io dovevo affrettarmi a
seguire il suo esempio.


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