Fuori, la città sembrava un mostro crudele
avvolto da una gelida oscurità. Stavo cercando di risalire dei pesci più
piccoli fino alla cima. A chi gestiva il giro della droga. Alex e B.B. erano i
miei unici contatti della DEA, i soli al corrente della mia missione.
«Parla B.B.: Abbiamo scoperto qualcosa su
Jack Lupino. Devi incontrarti subito con Alex, alla stazione di Roscoe Street.»
Non avevo più visto Alex da quando
lavoravo sotto copertura.
Infuriava una vera tempesta di neve.
Piovevano proiettili di ghiaccio come se il cielo volesse vendicarsi con la
terra. Tutti cercavano un riparo, come se un domani non fosse più ricomparso.
Non che la situazione in metropolitana
fosse migliore. Provavo una sensazione strana, come un improvviso montante in
piena faccia. C'era qualcosa che non andava. La mia beretta si agitava sotto
l'impermeabile. Ma le porte del treno si erano già chiuse alle mie spalle:
troppo tardi per scendere.
Prossima fermata: stazione di Roscoe
Street.
E Alex.
Il binario era deserto, le ventole dei condotti d'aria
circolavano come unghie su una lavagna. Mi guardai attorno: c'era un bidone
rovesciato e tutto il posto puzzava come una latrina. Andai verso i locali del
personale ferroviario, dove di solito io e Alex avevamo i nostri incontri
galanti. La porta si aprì con uno
stridio e quando imboccai il corridoio un brivido gelido mi corse lungo la
schiena: un enorme macchia di sangue imbrattava il muro. Due mattonelle proprio
al centro di quel graffito di sangue erano frantumate. Le aveva spezzate
qualcosa di piccolo e rabbioso. Non era tutto, però: una lunga scia proseguiva
verso la fine del corridoio, sparendo dietro una porta chiusa. Se avessi attraversato
quel confine, avrei trovato un uomo morto, o un ferito grave. Forse in
compagnia di una dolce crocerossina, anche se quella non era la vita giusta per
certe aspettative.
Estrassi la pistola e mi avvicinai. Appoggiai un
orecchio allo stipite freddo. Non un suono, non un lamento. Entrai pronto a
freddare chiunque si trovasse dall'altra parte. Alla fine del fiume di sangue,
riverso a faccia in giù su un pavimento lurido, c’era il corpo di una guardia
metropolitana. Non un respiro di vita c'era più in quel sacco di carne che fino
ad un'ora prima aveva avuto un nome e la tessera della previdenza sociale.
Il cadavere aveva le gambe rivolte verso il muro. Non
c'era dubbio che non si fosse portato lì da solo. Quel locale era adibito a
spogliatoio per guardie e ferrovieri, era logoro e cadeva a pezzi. Il rintocco
delle gocce d'acqua nelle docce saturava di umidità l’aria.
Setacciai gli spazi per assicurarmi di non avere
sorprese una volta fuori da lì, come una palla nella schiena, per esempio.
Tornai al binario.
In quel momento dal corridoio arrivarono le voci di
due uomini:
«Non era Jack che doveva occuparsene?»
«Lui e Mickey.» rispose l'altra ma fu interrotta
perché il primo uomo mi vide comparire sull'uscio e, d’istinto, si accovacciò
in posizione di tiro.
Non indossavano divise, tali e quali a me, salvo che
io ero appena uscito da una porta che impediva l'accesso ai non addetti ai
lavori e loro no. Quel comportamento mi sembrò strano, come la scelta di
gridare “dannazione!” Invece che “fermo!”.
Comunque l'imprecazione gli restò appesa tra la gola e
la lingua visto che la mia beretta non gli diede la possibilità di finirla. Lo
colpì in mezzo al petto e ripiegai nel corridoio. Non lasciai il tempo di
spiegarsi nemmeno al secondo che aveva estratto un revolver e aveva cercato
riparo dietro una delle colonne della banchina.
Lì perquisì: avevano addosso documenti contraffatti e
dei passaporti russi. Almeno non avevo ammazzato dei poliziotti in borghese.
Presi le scale tentando di risalire verso la
superficie quando una serie di spari esplose in successione. Due calibri
.38.
La situazione continuava a peggiorare. In cima alle
scale sbirciai oltre l'angolo: due uomini avevano appena mandato al creatore un
poliziotto in quella che sembrava essere stata una vera e propria esecuzione.
Magari si trattava dei famosi Jack e Mickey di cui avevo sentito parlare. Feci
sbucare il braccio con la pistola e salutai con un refolo di piombo.
Mancai del tutto i bersagli e per farmelo pesare
quelli cominciarono ad avanzare verso la mia posizione sparando come all'Ok
Corral. Erano intimoriti da me come un branco di lupi di fronte a una cagna in
calore. Quello che contava in quel momento era la fortuna e una sapiente scelta
del momento giusto. Il mio mix preferito.
Mi lanciai dietro un bidone della spazzatura rischiando che una pallottola mi spaccasse il cranio in due. Mentre mi libravo come un fottuto uccello feci saltare un occhio. Il cervello dell’uomo schizzò sul muro. Atterrando con poca grazia sulla spalla scivolai al riparo, costringendo l’altro amico a venirmi a cercare. Lo fece ma gli diedi solo il tempo di mettere fuori il grugno. Il proiettile gli squarciò la gola e il sangue diede al bavero del suo giubbotto un che di natalizio.
Dopo aver passato in rassegna le loro
tasche scoprì che non si trattava né di Jackie né di Mickey. Raccolsi però
qualcosa che ebbi la sensazione mi sarebbe tornata utile: una Desert Eagle 12
millimetri. Un fucile d’assalto nel palmo di una mano. Natale in anticipo.
Il rumore della sparatoria, e del mio
nuovo giocattolino, erano rimbalzati ovunque nei corridoi deserti della
stazione. Proseguì verso l’uscita dentro un labirinto di corridoi fino a
quando, dietro l’imbocco di uno di questi una voce chiamò:
«Ehi, ragazzi…?!»
E poi esclamarono “Ragazzi!” quando entrai
nella visuale dell’uomo con la mia pistola puntata in faccia. Il bastardo era
al di là di un cancello d’ingresso ad un’altra ala dell’edificio. Fu facile
come una battuta di caccia dentro uno zoo. Non potendo frugarne il cadavere mi
diressi nella direzione opposta. Mi ci erano voluti solo un paio di minuti per
abituarmi al peso della semiautomatica ma restai lo stesso meravigliato da
quella potenza di fuoco. Era una situazione di merda. Merda nera. Eppure
continuavo a sorridere come un bambino.


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