«Figlio di puttana!» esclamai. Ancora confuso dai fumi
di incenso, la nenia monotona senza fine, la spossatezza, credetti di aver
fatto un giro completo del locale e di essere tornato al punto di partenza.
Anche se sapevo che non era possibile, non riuscì subito a smettere di credere
che potesse essere vero.
Eppure, i dettagli.
Furono i dettagli a convincermi di non trovarmi più
nella sala a cattedrale. Le navate, quelle c’erano ancora, erano adornate da
drappi neri lunghi fino a terra, un tessuto così leggero da muoversi senza
aliti di vento. Bastava che qualcuno respirasse dall’altra parte della stanza.
Ci vedevo attraverso. Al centro della navata maggiore, una fontana riempiva una
vasca con un liquido denso e scuro, dalle sfumature rossastre. Due lunghe file
di alti candelabri facevano tremolare le ombre del mondo dai gambi sghembi di
candele sfinite. Dove più facilmente ci si sarebbe aspettato di trovare un
altare di marmo bianco e un sacerdote dalla lunga tunica, scendeva invece un
pesante sipario color pece. In quella scelta cromatica da immortale figlio di
Vlad L’Impalatore, solo la moquette che ricopriva la navata centrale,
costituiva una variazione sul tema. Dava certamente più colore all’insieme, ma
nel modo sbagliato. Era di colore rosso vivo, come il sangue nei polizieschi di
serie B.
Me ne stavo ancora fermo ad ammirare quello scenario che
un bagliore attraversò il mio campo visivo e una fiammata avanzò verso di me. L’odore
di alcol mi colpì come un pugno quando una seconda stella cometa annunciò la
venuta di tre vecchi stronzi con una manciata di doni. La seconda molotov si
frantumò più vicino e una frastagliata macchia di fuoco mi investì le gambe. Mi
scansai mentre un’altra di quelle bombe artigianali mi sfiorava la schiena come
il brivido inatteso di una pessima notizia. In una manciata di istanti
l’inferno che Lupino auspicava era diventato realtà.
Il fuoco avvampò divorando tutto ciò che si trovava
sulla sua strada. La pioggia incendiaria scendeva da alcuni ponteggi dall’alto
controsoffitto spiovente. Il buio, la distanza a cui si trovavano e la luce
accecante del fuoco mi impedivano di vedere quanti fossero a lanciare anche se
era chiaro che si fossero appostati in tre punti diversi. Le molotov
continuavano a cadere giù a ritmo serrato, in parabole ampie e maestose.
Lupino mi aveva preparato un funerale vichingo.
Grazie ma non ne ero degno. Qualcuno lo avrebbe lo
meritava prima di me.
Il fuoco ruggiva. Pareti di fiamme si ersero quando raggiungendo
i drappi sottesi tra le navate. Il calore mi prendeva a schiaffi per dritto e
per rovescio. C’era solo un modo per non trasformarmi in una torcia umana: fare
un bel tuffo nella fontana, dove il sangue che ancora usciva dai miei graffi si
sarebbe unito a quello delle vittime di Lupino. Ecco Max Payne, precipitato nel
più caldo girone dell’inferno.
Troppo tardi, ragazzi. La mia vita era già un inferno
a occhi aperti. Al massimo potevo cogliere l’occasione di un bel barbecue.
Rivolsi la magnum verso uno dei ballatoi e sparai.
Centrai soltanto una della bottiglie in caduta e una fiammata di vetro, alcol e
scintille si sfogò attorno a me. Il mio secondo proiettile si conficcò in una
balaustra di legno, ma almeno riuscì a distrarre tanto l’uomo lassù da
interrompere momentaneamente quello suo scagliare di fulmini e saette. Con la
visuale liberata dal riverbero delle fiamme individuai meglio il mio
avversario. Il terzo centrò il tizio sulla passerella e lo spinse a farmi vedere
come gli veniva bene l’imitazione di un uomo che cade.
E fu davvero bravo, molto convincente.
Dopo un minuto il cadavere fu completamente avvolto
dalle fiamme. Mi spostai nell’ombra del ballatoio ora liberato per poter
dominare l’area di scontro. Gli altri due tizi sarebbero stati adesso costretti
ad allungare la gittata dei loro lanci e molte bottiglie, infatti, finirono in
frantumi contro la passerella, dando vita a una pioggerella di fiamme liquide.
Un sipario di perline tremolanti che contribuirono a sottrarmi alla loro mira.
Prima che la aggiustassero ammazzai il lanciatore di
fronte a me. Non spiccò il volo ma si abbandonò, spossato, in una posa esausta.
L’ultima molotov, già incendiata, finì ad alimentare quelle ancora inerti
accanto a lui. Una vampata si elevò come un’erezione gloriosa inghiottendo la
passerella e tutti i suoi occupanti.
Peccato che fu un’esibizione che non potei vedere.
Mentre freddavo il tizio sulla seconda balaustra,
regalandogli un posto in prima fila per quel capodanno anticipato, una bottiglia
mi colpì in pieno petto, rintoccando sullo sterno. La mia fortuna volle che non
si ruppe subito.
L’ordigno volteggiò per quello che credetti mezzo
secolo. La forza centrifuga teneva il liquido lontano dalla stoffa incendiata.
La fiamma azzurrognola era simile al bagliore degli incantesimi della strega
nella fiaba preferita della mia piccola Rose. Aveva l’aspetto di una natura
mortale ma si trattava solo di una finzione scenica. Avrei potuto passarci le
dita in mezzo e non mi sarei bruciato, ne ero ormai certo. La bottiglia ebbe il
tempo di rigirarsi in aria cinque volte, le contai, prima di fracassarsi sul
pavimento. Io avevo deciso intanto di proiettarmi di lato e mentre il dolore
nel petto finalmente arrivava a destinazione togliendomi il fiato con una
pugnalata, l’innesco della molotov liberò un ragno di fuoco che si allungò sul
pavimento con le sue mille zampette pelose, pronto all’attacco.


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